Troppi infortuni, sotto accusa finiscono gli sci

LARA GUT «Penso che la federazione dovrebbe dedicarsi di più agli attrezzi che utilizziamo»

Fill, Sandell, Gut, Palander, Hosp, Lanning, Kucera, Dalcin, Schoenfelder, Stiegler, Gini, Karbon, Kostelic... È davvero lungo l'elenco degli sciatori che in quest'inizio di stagione si sono infortunati, più o meno gravemente. Raccapriccianti soprattutto le immagini in arrivo dall'America, con la caduta nella discesa di Lake Louise di T.J. Lanning, vertebra cervicale rotta e ginocchio distrutto, e di Pierre-Emanuel Dalcin, letteralmente esploso nell'ultima prova della discesa di Beaver Creek con drammatica diagnosi finale: trauma cranico e facciale, spalla lussata, braccio rotto, due ginocchia da ricostruire. Terribili devono essere state anche le cadute di Markus Sandell, giovane speranza finlandese che ha perso un rene finendo contro una roccia sul ghiacciaio di Pitztal a ottobre, e di Lara Gut, che si è lussata l'anca destra dopo essere andata a sbattere contro un muretto di neve a bordo pista, sul ghiacciaio di Saas Fee, il 29 settembre, con successiva operazione l'8 ottobre.
Proprio con quest'ultima, la diciottenne ticinese grande rivelazione della passata stagione, abbiamo parlato di sicurezza e non solo, dopo averla incontrata a Lugano dove da due settimane ha iniziato la fase di rieducazione in piscina.
«Dietro a molti infortuni c'è una buona dose di casualità e spesso anche sfortuna: quando sono caduta io ad esempio avrei potuto andare a sbattere contro il pilone dell'impianto di risalita e allora chissà dove sarei ora, in compenso potevo non prendere quel muretto e non farmi niente... E ho visto anche la caduta di Kucera (il campione del mondo di discesa, che si è fratturato tibia e perone nel superG di Lake Louise, ndr), davvero banale, scivolando via però lo sci gli si è girato sotto il corpo... Poi, ovvio, ci sono anche problemi di materiale, la Federazione internazionale dovrebbe pensare meno a inventarsi cose nuove tipo le supercombinate e trovare invece soluzioni sugli attrezzi. Tenendo conto, ad esempio, che ogni atleta ha un fisico diverso e che certe regole non possono valere per chi come me è alto un metro e sessanta e per chi invece pesa 100 chili».
Vero, come vero che dopo un simile incidente sono molte le cose che cambiano. «In effetti è la prima volta che mi trovo in questa situazione» prosegue Lara «e sentendo chi ci è già passato so che si impara molto, che si diventa più forti. Io di sicuro ho imparato ad avere pazienza, una dote che finora non faceva parte del mio Dna: la prima cosa a cui ho pensato svegliandomi dall'anestesia è stato di guarire bene, solo dopo ho cominciato a pensare allo sci e alle gare, che mi mancano, certo, ma non tornerò in pista fino a quando non avrò la certezza di essere in forma come il giorno in cui mi sono fatta male. Quattro mesi di stop sono davvero pochi in una vita intera, non bisogna avere fretta. Se prima i progressi li misuravo col cronometro, ora un passo in più o un movimento nuovo che riesco a fare sono un grande successo».
Se non altro, Lara sa e ha saputo fare buon viso a cattivo gioco. «Avendo più tempo a disposizione» confida «mi sono dedicata a cose nuove e diverse, ad esempio ho avuto l'occasione di incontrare Roger Federer al torneo di Basilea... Anche il rapporto con mia madre è cambiato, prima non la vedevo mai! Il massimo però è stato tornare a camminare e guidare dopo sei settimane di divano e stampelle».