Troppi rischi per l’Occidente se il Pakistan diventa nemico

Carl Levin, presidente della Commissione Difesa del Senato americano, è stato il più brutale: «I servizi segreti pakistani», ha detto, « sono o deviati, o inefficienti. E' assurdo che non abbiano mai avuto la curiosità di sapere chi si nascondeva in una specie di fortino costruito a poche centinaia di metri dalla loro Accademia militare, i cui occupanti non mettevano neppure fuori la spazzatura per paura di essere visti e dove tutti i vicini erano convinti che abitassero degli stranieri». Il presidente Obama ha evitato un linguaggio così esplicito, ma ha precisato subito che nessun pakistano ha partecipato al blitz nel fortino di Bin Laden e la CIA ha fatto capire di avere tenuto nascosti fino all'ultimo i suoi piani per timore che a Islamabad qualcuno avvertisse lo sceicco del terrore e gli permettesse ancora una volta di fuggire. Anche il premier britannico Cameron, pur riconoscendo che il governo Zardari collabora alla lotta contro il terrorismo, ha detto che «ci sono molte domande cui il Pakistan deve dare risposta» e una nota dell'Eliseo ricalca lo stesso tema. Insomma il Pakistan, potenza nucleare con 160 milioni di abitanti, le cui forze armate ricevono un miliardo di dollari l'anno da Washington per collaborare alla lotta contro Al Qaeda e i suoi alleati Talebani, è sul banco degli imputati. Intanto nel Paese, dove Bin Laden contava innumerevoli ammiratori e in cui sono ancora rifugiati il Mullah Omar, il signore della guerra Haqqani e vari altri capi della rivolta afghana, cresce la tensione. Ci sono state dimostrazioni antiamericane a Quetta e a Peshawar, e per prudenza gli Stati Uniti hanno chiuso fino a nuovo ordine la loro ambasciata e i loro tre consolati. I gruppi islamisti, che recentemente hanno rivendicato l'assassinio di due politici moderati, perché favorevoli all'abolizione della famigerata legge sulla blasfemia, si appresterebbero a lanciare una specie di caccia al traditore, nella convinzione che qualcuno, attratto dalla taglia di 50 milioni di dollari, abbia «venduto» lo sceicco del terrore alla CIA.
Nonostante tutto ciò, come ha ammesso lo stesso Cameron, l'Occidente non può permettersi di rompere con il Pakistan. Al contrario, oggi ne ha più bisogno che mai. La speranza è che presso i militari l'imbarazzo per la vicenda di Bin Laden prevalga sulla indignazione per la violazione della loro sovranità territoriale e li induca a intensificare la lotta contro Al Qaeda e i suoi alleati nelle zone tribali ai confini con l'Afghanistan. E' possibile che l'eliminazione di Osama induca gli arabi, gli uzbeki e i ceceni alle sue dipendenze, che costituiscono il nocciolo duro dell'organizzazione nella regione, a continuare la loro jihad su altri fronti più sicuri, come lo Yemen e la Somalia. Se ciò avvenisse, e diminuisse di conseguenza il pericolo che l'Afghanistan torni a cadere nelle mani degli estremisti come era accaduto tra il 1996 e il 2001, anche l'accordo con i Talebani a cui la diplomazia lavora da tempo nell'ombra diventerebbe più fattibile. Il presidente Karzai ha messo in guardia la NATO dal considerare la sua missione compiuta con l'esecuzione di Bin Laden, ma ha anche aggiunto che, ora, la guerra al terrorismo si deve spostare dai poveri villaggi afgani ai santuari dove risiedono i suoi capi, ai campi di addestramento del Pakistan e ai centri che lo finanziano. Una intesa tra il governo di Kabul e una guerriglia ormai priva del supporto di Bin Laden permetterebbe di accelerare il disimpegno occidentale dall'Afghanistan, cui tutti i Paesi, America in testa, aspirano, senza che i jihadisti possano per questo cantare vittoria. Inutile dire che una simile prospettiva interessa moltissimo anche l'Italia.
Tutto dipende, comunque, da che cosa farà il Pakistan dopo il trauma di Abottabad. Zardari ha inviato ieri un articolo al Washington Post in cui difende l'operato delle sue forze armate, cerca di dissipare i sospetti che pendono sui servizi e promette la massima collaborazione. Purtroppo, i suoi poteri sono limitati, l'opinione pubblica è in maggioranza antiamericana e le sue parole non bastano a rassicurare un'America che, a questo punto, vorrebbe finalmente chiudere la partita.