«Troppi ritardi, progetti già obsoleti»

da Roma

Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance (associazione dei costruttori edili), cosa non funziona nel sistema?
«Le varianti in corso d’opera dipendono dal fatto che spesso i progetti sono sbagliati. Poi, non c’è un responsabile dell’inizio e della fine dei lavori che segua tutto l’iter. Infine, gli enti locali intervengono per modificare i percorsi e per chiedere opere aggiuntive pena la mancata concessione del permesso».
Cosa intende per «progetti sbagliati»?
«Il fatto che possano trascorrere 10 anni tra progettazione e realizzazione dell’opera fa sì che il progetto non sia più aderente allo scopo».
Quale potrebbe essere una soluzione?
«Ci vorrebbero tempi certi. Ad esempio, nella valutazione di impatto ambientale si possono coinvolgere anche i cittadini e non solo gli amministratori per discutere di un progetto. Ma, stabilito un termine, poniamo il caso di tre anni, si deve decidere: l’opera si fa, si modifica il progetto oppure non si fa nulla».
Ha altri suggerimenti da dare?
«Bisogna rifondare una grande scuola della pubblica amministrazione perché si sta degradando la qualità dei segretari comunali e dei funzionari ministeriali che devono essere ricondotti a un’etica. Senza una grande pubblica amministrazione non si va da nessuna parte».
Non c’è forse troppa sovrapposizione tra i livelli di governo centrale e locali?
«Basti pensare che ci troviamo di fronte a provvedimenti differenti anche tra Comuni della stessa provincia e ci tocca portarci dietro libroni contenenti tutti i codicilli. Serve semplificazione, noi siamo vittime di questa follia. Ovviamente siamo disposti a collaborare: cambiamo amministrazione e noi come Ance siamo disposti a espellere i “professionisti dei ricorsi”».
Dai vostri studi, però, emerge che anche la legge Obiettivo non ha funzionato.
«È una buona idea ma avrebbe dovuto essere applicata a un numero limitato di opere come i grandi corridoi transeuropei e l’Alta velocità. Insomma, venti interventi sarebbe stata una cifra ragionevole ma con le pressioni delle Regioni si è giunti a 250».
Politicamente che cosa si deduce?
«Ha prevalso un certo tipo di ambientalismo e la sovrapposizione dei poteri. Il tracciato delle grandi opere non si decide a livello regionale. Se l’opera è ben progettata e rispetta l’ambiente, si fa. E poi promuoviamo consorzi stabili con la stessa regolamentazione delle cooperative delle quali le imprese private non possono beneficiare subendo una grande ingiustizia».