Troppi trucchi sulla legge elettorale

Se un uomo politico dell'altezza di Piero Fassino, in tema di riforma elettorale, dichiara «se il referendum si terrà voteremo sì; siamo per il sistema francese ma l'accordo si può trovare sul sistema tedesco», vuol dire che si è arrivati alla frutta. E significa anche che, su un tema di questa rilevanza politica, il dibattito è così torbido che i cittadini non ci capiranno un'acca. E allora, visto che il dibattito entra nella sua fase più calda, è doveroso offrire ai lettori alcuni essenziali punti di riferimento per potersi orientare nei prossimi giorni. La riforma elettorale è stata sin qui un alibi della sinistra per giustificare l'immobilismo del governo.

Ricordate cosa Prodi ebbe a dire dopo lo «scivolone» sulla base di Vicenza? Se non posso governare è per colpa della legge elettorale e del risultato da essa determinato. Niente di più falso. Sul punto ha ragione Anna Finocchiaro quando sostiene che, nonostante i numeri risicati, non c'è stato provvedimento importante approvato alla Camera che non abbia avuto seguito in Senato. Se l'attività legislativa è giunta ai minimi storici per quantità e - si potrebbe aggiungere - per qualità, ciò è dovuto ai problemi politici della maggioranza e non alla legge elettorale. Semmai è vero il contrario: la legge approvata nella scorsa legislatura consente alla maggioranza di governare pur se essa (presumibilmente), ha raccolto solo 24.000 voti in più dello schieramento concorrente.

E, si deve aggiungere, se è sorto un problema Senato è perché il premio di maggioranza a livello nazionale e ripartito regionalmente previsto dall'originaria proposta del centrodestra, fu ritenuto incostituzionale dall'allora Presidente della Repubblica. Bisognerebbe ripartire da questa verità storica. E fare in modo che al Senato vengano offerte le condizioni di agibilità politica che oggi possiede la Camera dei Deputati ripristinando quel premio nazionale che, con alcune precauzioni, può rendersi assolutamente compatibile con il dettato della nostra Costituzione.

Sta avvenendo, invece, qualcosa di paradossale. La sinistra vorrebbe avviare il dibattito da una proposta che, nella realtà delle cose, per combattere la frammentazione partitica giunga a rendere ancora più esile la già bassa soglia di sbarramento. Secondo il suo testo, infatti, anche partiti piccolissimi dello 0,7-0,8%, se raggiungeranno il quoziente in tre circoscrizioni, potranno entrare in Parlamento. Inutile evidenziare l'effetto moltiplicatore sulle liste concorrenti che questa disposizione provocherebbe. La medesima proposta, per ovviare l'attuale differenza tra Senato e Camera, piuttosto che uniformare il primo alla seconda, vorrebbe fare l'inverso. Qui il paradosso giunge ad apici difficili anche solo da immaginare. Il testo della sinistra, infatti, prevede che allo schieramento che vincerà, ad esempio, con il 45% venga assegnato un premio di maggioranza che gli consegna ben 6 voti di vantaggio sull'altro schieramento. Tutto ciò, è presumibile, almeno fino a quando si riterrà che a vincere saranno il centrodestra e Berlusconi.

Se si fosse voluto far peggio, non restava che istituire i deputati a vita! Non sarò io, mai, a tirare fuori l'epiteto di «legge truffa» dal triste passato. Ma se si vuole che la legge elettorale sia un'urgenza, è necessario affrontare i suoi problemi effettivi. E qualora, attraverso la legge elettorale, s'intenda trovare una soluzione affinché una forza di centrosinistra e una di centrodestra si legittimino reciprocamente per poi divenire i veicoli dell'integrazione dei partiti estremi nei rispettivi schieramenti, bisogna trovare il coraggio per dirlo in modo chiaro: senza trucchi, illusionismi e doppi fondi.