È troppo buono l’Ulisse di Aurelio Privitera

«Il ritorno del guerriero» è un ottimo saggio cui manca soltanto l’arcaica violenza dell’eroe

Il pregio fondamentale di Aurelio Privitera, docente e studioso di letteratura greca e accademico dei Lincei, è la capacità rara, negli uomini di scienza, di scrivere testi rigorosi scientificamente con la trasparenza di un testo di narrativa. Il ritorno del guerriero. Lettura dell'Odissea (Einaudi, pagg. VIII-297, euro 18), lo dimostra. «Nel libro - scrive l’Autore - il nome “Omero” è convenzionale, e indica chi ha composto i versi dell’Iliade e dell’Odissea così come li leggiamo nella nostra vulgata. L’insolubile e annoso problema se a comporre i due poemi sia stato un solo autore o siano stati più autori è accantonato».
Merito di Privitera è l’aver riportato l’Odissea alla sua sostanza iniziale, rifiutando la tentazione di prendere in considerazione le aggiunte precedenti o successive che hanno modificato il senso dell’opera, come quella famosa della ripartenza di Odisseo, dopo aver fatto ritorno ad Itaca, sospinto da un’inestinguibile brama di conoscenza, come appare invece nella Commedia dantesca. Vasta è la cultura di Privitera; studi omerici, sui lirici greci, sulla tragedia, la bella traduzione del poema nella prestigiosa collana Lorenzo Valla-Mondadori, ed è inutile profondersi in elogi. Vorrei invece esprimere una perplessità sulla determinazione del carattere del protagonista del poema. Ho la sensazione che Privitera, per giusta ammirazione del suo personaggio, compia talora una sorta di indulgente difesa di esso, definendolo addirittura «guerriero forte e abile, rispettoso degli dei e sorretto dalla nostalgia e dall’amore della moglie e della famiglia»: in sostanza, più che un eroe arcaico, un eroe «moderno» e sempre positivo.
In questa caratterizzazione scompare anche la tradizionale definizione di Odisseo come «uomo astuto» e si preferisce definirlo avveduto e sagace, e questo si può accettare perché, ad esempio, il micidiale inganno del cavallo di Troia è architettato soltanto dietro ispirazione della dea Atena. Ma molte delle sventure di Odisseo, come quella derivante dalla vendetta del dio del mare Poseidone per l’accecamento del ciclope Polifemo, suo figlio, possono essere considerate logiche, giacché, se è vero che Polifemo uccide e divora quattro compagni di Odisseo, è pur vero che Odisseo è penetrato «illegalmente» nella vasta spelonca che è dimora del Ciclope. Non vedo poi possibilità di scusanti, non tanto per la strage dei Proci, che avevano invaso la sua casa e la sua reggia, quanto per l’impiccagione delle dodici ancelle infedeli, le quali avevano peccaminosamente familiarizzato con i Proci stessi. Cosa avrebbero dovuto fare? Restare dopo dieci anni come Penelope in fedele attesa del loro padrone? E sono addirittura spaventose e ignobili le mutilazioni inflitte al capraio Melanzio per avere familiarizzato con i Proci; tanto è vero che Virgilio nella sua Eneide si ispirerà a questo agghiacciante episodio nella descrizione dell’orrida uccisione di Deìfobo, ultimo sposo della traditrice Elena, per mano di Menelao e del dirus Ulixes («il feroce Ulisse»).
Con ciò non intendo certo rovesciare il giudizio complessivo sull’«uomo Odisseo», bensì aggiungere una connotazione di arcaica violenza in questo straordinario personaggio che poi per secoli ha costituito un forte punto di riferimento per l’intera narrativa occidentale.