La «Trota» Bossi si commuove parlando del papà in tv

MilanoQuando si è seduto sulla poltroncina davanti alla Bignardi, ore 21.24 precise, il vero esiliato sembrava lui, Renzo Bossi, altro che lei: teso, gli occhi lucidi, non fosse scontato si sarebbe detto che il Trota in tv sembrava un pesce fuor d’acqua. Poi, però, ha vinto sulla distanza. E figurarsi, mica facile. La seconda domanda è stata addirittura sull’«Spqr» liberamente interpretato dal papà come «Sono Porci Questi Romani». «Ma dai, era solo una battuta fatta alle selezioni di Miss Padania». La terza addirittura sulla mamma: «Ha una sua scuola con trecento bambini». Dunque, ecco Invasioni barbariche, reloaded su La7, sempre chez Daria Bignardi, al ritorno dall’«esilio su Raidue» che lei ha definito «un’esperienza kafkiana». E, per il suo secondo debutto sulla rete diretta dal bravo Lillo Tombolini, la figliola prodiga ha scelto un debutto tout court: quello televisivo del «coraggioso» (Bignardi dixit) figlio di Umberto Bossi, mai intervistato prima in tv, insomma roba che giornalisticamente vale molto di più di un Morgan ormai diluito dovunque (e anche ieri divagante assai davanti alla barbarica). «So di avere un ruolo di responsabilità: da marzo, quando sono diventato consigliere regionale, mi sento più utile, posso impegnarmi per soddisfare le richieste della gente». Sì ma, caro delfino del Senatur, quanto guadagni? «Diecimila euro circa». A giugno l’incontro tra la Bignardi e lui è stato faccia a faccia, nessuna mediazione di partito, niente trattative con uffici stampa e roba così. Si sono piaciuti ed eccolo in studio con la sua pochette verde e la giacca molto low profile a disquisire sulle volgarità della Lega che impietosamente le immagini in studio hanno documentato: «Alla gente qualche parolaccia spesso scappa, non sono questi toni che rendono pericoloso un messaggio politico» ha detto più o meno. Tranquillo, almeno fino alla pausa pubblicitaria, nonostante lei, sempre elegante, autentica padrona di casa e quindi con licenza di uccidere (con armi vellutate, però), lo abbia scherzosamente minacciato dicendo: «Ti aspetta un’altra tortura». Detto, fatto. Gli mostrato tutte le perfide imitazioni che girano in tv e sul web (bruciante quella di Filippo Timi) buttandogli lì a bruciapelo: «Ma non ti arrabbi neanche un po’ a vedere queste cose?». E lui, papale papale: «No, dopo aver avuto mal di stomaco giorno e notte, ci ho rinunciato». Poi, ovvio, l’allusione al perché di quel soprannome ittico, Trota, che lo pedina da anni. Il pesce non cade nella rete e minimizza: «Ma no, è un soprannome simpatico, ci ho fatto persino una maglietta con una trota con i riccioli come i miei». Perfida, eccola qui, la Bignardi: «Contento tu», quasi smontata da tanta diplomazia che, in effetti, solitamente mal s’attaglia a un debuttante ventiduenne. Idem dopo l’allusione alla copertina dell’Espresso, «Lega Padrona». Risposta di rito, nessuno spigolo, democristianissima. «Hai difeso i cacciatori, cosa penserà la Brambilla, che è contro?». Velluto puro (di lui): sono a favore della «caccia in deroga», ossia la possibilità di cacciare specie animali che adesso non possono essere cacciati. Il resto, a parte le lacrime parlando della malattia del padre («I medici gli impongono di smettere di fumare, ma non rinuncia alle sue scatole di sigari»), è stata routine, godibile ma routine anche accennando a Meroloni o a pelosissime storie d’amore. Le domande «pistola alla tempia», poi: «Non sono contrario agli omosessuali», «Fini ha sbagliato», «Bravo Balotelli», «Di Pietro deve star tranquillo», «ammiro Maroni e Bersani», «l’inno di Mameli? Schiavi di Roma non vedo perché», «Cl tenga le mani a posto». E alla fine, se proprio bisogna dirlo, la Trota è rimasta ben lontana dall’amo anche quando, maliziosa, la Bignardi gli ha regalato un bel tricolore. E già.