Per trovare un insegnante 574 telefonate

è detenuto, dal 2006, da una scuola di Latina.
Triste primato insidiato da un istituto nel Bresciano che, per trovare una sostituta per due giorni di scuola, ha effettuato 123 telefonate, con esito sconcertante: in 77 non hanno risposto, in 42 hanno risposto e rifiutato, 3 hanno accettato (ma, essendo in maternità non hanno potuto prendere servizio).
Morale della favola (però tragicamente reale): per quei due giorni, lo Stato ha pagato ben 5 docenti; quella di ruolo assente, la supplente che ha preso il suo posto e le tre supplenti partorienti. Ultima beffa: a queste ultime, dal primo giorno dopo la scadenza del contratto, spetta per legge anche l’indennità di maternità.
Tra telefonate e telegrammi di convocazione (obbligatori per legge), la scuola italiana spende 50-60 milioni di euro l’anno (Roma guida la classifica con 2 milioni l’anno); secondo uno studio della rivista Tuttoscuola la spesa complessiva sarebbe però addirittura di 110 milioni. Un balletto di cifre sul quale lo stesso ministro Gelmini fatica a fare chiarezza: «Io vorrei analizzare i bilanci, le strutture sono reticenti nel fornire le indicazioni precise».
Fece notizia l’anno scorso la decisione del Comune di Roma di non procedere più al pagamento delle bollette telefoniche delle segreterie scolastiche per le spese imputabili ai telegrammi.
In un solo bimestre il Comune avrebbe dovuto pagare circa un miliardo in vecchie lire per telegrammi dovuti alle chiamate di supplenti, e chiese il rimborso anche delle precedenti spese. Da allora le scuole romane, come avveniva in altre regioni, pagano a proprie spese i telegrammi per supplenti.
Ma ad essere arrabbiati per l’andazzo sono soprattutto i tanti supplenti che ogni giorno si sottopongono a sacrifici enormi pur di essere regolarmente in cattedra: «È vergognosa l'attuale normativa che consente ai docenti non di ruolo di rifiutare la supplenza, senza neppure motivare il proprio “no”».
I capi d’istituto rincarano la dose: «A volte riceviamo risposte stravaganti del tipo: “Sono disponibile, ma solo se mi lasciate il sabato libero...”; “Va bene, ma a condizione che in classe non ci siano studenti difficili...”; “Ok, ma per arrivare in orario avrei bisogno del rimborso del taxi...” e non manca neppure quello che preferirebbe lavorare “non più di un paio d'ore al giorno” o quello “che al pomeriggio assolutamente non può”». Ma i precari non accettano generalizzazioni: «Vivere perennemente in “lista d'attesa” è già una condizione mortificante - si legge in un blog dedicato ai precari della scuola -, ma passare anche per opportunisti che cercano di sfruttare la situazione, è davvero troppo».
Le procedure per i conferimenti di supplenza da sempre hanno previsto l’invio di telegrammi ai precari a cui viene proposto un incarico temporaneo. Pur non trattandosi, quindi, di una novità, quella dei telegrammi è diventata da alcuni anni una pesante spesa per le scuole. A fronte di rifiuti di accettazione della supplenza o di assenza del docente chiamato, le segreterie devono comunque inviare telegrammi ai candidati all’incarico temporaneo (ogni supplente ha diritto a mettersi in «lista d’attesa» in 30 istituti). Il risultato fa cadere le braccia: va a buon fine solamente il 20-30% dei telegrammi.
«Quando le segreterie delle nostre scuole chiamano gli aventi diritto per offrirgli un incarico temporaneo - testimoniano all’Associazione presidi -, 9 supplenti su 10 sono irreperibili; tra quelli che rispondono, invece, solo 8 su 10 accettano l’assunzione».
Fece notizia l’anno scorso la decisione del Comune di Roma di non procedere più al pagamento delle bollette telefoniche delle segreterie scolastiche per le spese imputabili ai telegrammi. In un solo bimestre il Comune avrebbe dovuto pagare circa un miliardo in vecchie lire per telegrammi dovuti alle chiamate di supplenti, e chiese il rimborso anche delle precedenti spese. Da allora le scuole romane, come già avveniva in altre regioni, pagano a proprie spese i telegrammi per i supplenti. Magra consolazione.
NiMat