Trovare supplenti per la scuola costa al ministero 110 milioni

Per un solo precario vanno spedite decine di telegrammi a cui si aggiungono le spese indirette

Francesca Angeli

da Roma

I soldi destinati all’istruzione pubblica sono pochi. È anche vero però che spesso vengono spesi malissimo. L’ultimo bubbone, che covava da tempo ed è scoppiato alla riapertura dell’anno scolastico, è quello che riguarda il capitolo di spesa per le chiamate dei supplenti per telegramma. Il settimanale specializzato Tuttoscuola calcola che soltanto l’anno scorso stati spesi dalle scuole italiane 69 milioni di euro per i telegrammi. Soldi ai quali vanno aggiunte le spese indirette per il personale impegnato in una ricerca che può andare avanti per parecchie ore. Il costo complessivo per lo Stato viene stimato in 110 milioni di euro all’anno.
Ma perché costa tanto trovare un supplente? A causa del meccanismo farraginoso. Quando una scuola si trova con una classe scoperta, infatti, deve seguire per cercare i supplenti, una complessa procedura, obbligatoria e riconfermata di recente.
Le nomine sono state liberalizzate e dunque il supplente che rifiuta non passa più automaticamente in fondo alla graduatoria di istituto e non deve giustificare in alcun modo il suo rifiuto. Insomma la procedura non prevede alcun deterrente se si dice no. Oltretutto ci si può iscrivere a più graduatorie in istituti diversi, fino a trenta. Quindi in ogni graduatoria c’è un numero elevato di nominativi. Il risultato è quello che per reperire un solo supplente è necessario inviare decine di telegrammi. In media una dozzina perché nell’80 per cento dei casi si riceve un «no». Così si allungano i tempi e i costi lievitano.
A sollevare il caso prima dell’avvio di questo anno scolastico è stato il Comune di Roma che si rifiuta di pagare l’ultima megabolletta telefonica bimestrale che riguarda gli istituti romani pari a 454.622,22 (Iva esclusa). A chi tocca pagare? Qui si apre una delicata querelle perché i telegrammi vengono inviati per telefono e dunque gravano sulla bolletta. A questo punto il Comune richiama il regolamento e osserva che non si tratta di comunicazioni telefoniche ma di telegrammi e chiede quindi il rimborso delle spese perché, sostiene, si tratta di «oneri a carico del bilancio scolastico». Dunque il Campidoglio, recuperando anche precedenti bollette, chiede il rimborso di ben 808.248 euro al Csa (il Centro amministrativo dell’Ufficio regionale scolastico ovvero l’ex provveditorato di Roma).
Il Csa incassa la richiesta ma nel tentativo di riscaricare i costi a qualcun altro invita i dirigenti scolastici a non inviare i telegrammi per telefono ma per posta. Gli istituti che non lo faranno pagheranno di tasca propria. Ma il fatto di andare alle poste comporta un carico in più di lavoro per i dipendenti che vengono distolti dal lavoro amministrativo quotidiano. Oltretutto alle poste si deve pagare in contante mentre gli istituti per legge non gestiscono le spese in contanti a parte rare eccezioni. Insomma la scuola non ha i soldi per pagare i telegrammi e dunque la spesa in alcuni casi è stata anticipata di tasca propria dal dirigente scolastico. Il che è ovviamente un sistema insostenibile visto che un singolo istituto può arrivare a spendere al mese anche duemila euro soltanto per questi telegrammi.
Sulla base dei dati forniti a livello locale nel Comune di Roma Tuttoscuola ha elaborato le cifre per una stima dei costi a livello nazionale. Nel comune di Roma per un bimestre i costi per i telegrammi telefonici sono stati circa di mezzo milione di euro si può ritenere con credibile approssimazione che in un anno si spendano circa 4 miliardi. E dato che le scuole romane sono 181 ovvero il 3% del totale non è difficile arrivare alla stratosferica cifra di 69 milioni di euro per la spesa materiale dei telegrammi.