Trovate altre tracce di sangue nel pedale della bicicletta

Oggi si saprà se sono di Chiara I nuovi indizi sembrano rilevanti La difesa presenta un memoriale sui punti deboli dell’inchiesta

Garlasco (Pavia) - Altro materiale organico sulla bicicletta di Alberto Stasi, questa volta dentro i pedali, questa volta sicuramente sangue: le tracce sono ora nei macchinari del laboratorio del Ris di Parma che oggi potrebbero dare il loro responso. Vale a dire se è di Chiara Poggi. La scoperta è stata fatta ieri mattina come conseguenza del primo ritrovamento, quello del «materiale biologico» della vittima «fuori» dai pedali. Un ritrovamento che ha portato i carabinieri a smontare i pedali in cerca di tracce ematiche all’interno.

Chiara Poggi, 26 anni, fu uccisa la mattina del 13 agosto nella sua villetta di via Pascoli 8 a Garlasco con una decina di colpi alla testa. Il corpo fu trovato dal fidanzato Alberto, 24 anni, che - sostenne - andò a cercarla, preoccupato perché non rispondeva al telefono. Ma quando poi si presentò in caserma per denunciare la scoperta, il maresciallo Franco Marchetto notò che aveva le scarpe pulite, troppo per aver attraversato la scena del crimine. Il ragazzo fu subito interrogato per una decina di ore, senza cadere in contraddizioni. Ma il 20 agosto viene indagato formalmente per omicidio volontario con l’aggravante della crudeltà.

In 44 giorni di indagini, però, nemmeno uno straccio di indizio. Almeno fino a lunedì mattina quando i tecnici del Ris hanno gridato il classico «eureka». Dal 10 settembre infatti avevano passato al setaccio le auto a disposizione dello Stasi: la sua Volkswagen Golf, il furgone Citroën Berlingo della ditta del padre, la Bmw X3 della famiglia. E per scrupolo anche un paio di biciclette, a cui non viene inizialmente dato gran peso. Due testimoni infatti ne avevano visto una appoggiata al muretto di casa Poggi in orari compatibili con il delitto, descrivendola però: vecchia, nera e da donna.

Invece le sorprese sono uscite da un modello maschile, nuova fiammante e di color beige. Sui pedali infatti vengono trovate tracce biologiche, in gran quantità ma molto deteriorate. Quasi fosse sangue che, lavato con detergente, abbia perso le sua caratteristiche ematiche ma non il profilo genetico. Ci vogliono due settimane per esaltarlo ma alla fine l’altro giorno la scoperta: appartiene a Chiara Poggi. E il pm di Vigevano Chiara Muscio ha fatto scattare le manette. Stasi, interrogato lo stesso pomeriggio, ha proclamato la propria innocenza per quattro ore. Tra molti «non so, non ricordo, non so niente, non ho fatto nulla» ha ripetuto di essere solo andato nella villetta di Garlasco e di aver trovato Chiara morta. E più volte ribadito: «Quello che so ve l’ho già detto. Quello che ho fatto ve l’ho detto». Infine alla domanda sulle tracce di Dna della fidanzata sui pedali: «Non lo so. Io non ho preso quella bici».

Nel frattempo a Parma sono proseguiti gli accertamenti e smontati i pedali. Ieri mattina la nuova scoperta. Tra gli ingranaggi viene trovato sostanza rossa che, analizzata, si rivela sangue. Non serve neppure cercare se sia umano o meno, si salta questo passaggio e si va direttamente a cercarne il Dna. Il responso darà non solo la conferma, ma dirà anche a chi appartiene. Anche se il sospetto forte, vista la precedente scoperta, è che sia di Chiara.

E a questo punto, e per la prima volta, gli investigatori avrebbero davvero la «pistola fumante». In altri termini la prova che qualcuno ha pedalato su quella bicicletta dopo aver ucciso Chiara e averne pestato il sangue. E siccome quella bici appartiene ad Alberto ed è stata trovata a casa sua...

Forse anche per attendere i risultati di quest’ultimo esame, la pm Muscio ieri non ha presentato al gip richiesta di convalida di fermo. Con un responso positivo (il sangue è effettivamente della vittima) la sua richiesta diventerebbe molto difficile da respingere. Anche se sempre ieri il perito della difesa Francesco Maria Avato ha presentato la sua controrelazione dicendo che il Dna di Chiara sopra i pedali è frutto di esami preliminari e quindi non definitivi e che le conclusioni tratte dai Ris nella loro relazione sono da approfondire. Una spiegazione che abbinata al fatto che non sussisterebbero i presupposti per la carcerazione preventiva (esclusi l’inquinamento delle prove e la reiterazione del reato, rimaneva solo il pericolo di fuga) aveva indotto i legali del ragazzo Giuseppe Colli e Angelo Giarda a presentare una memoria difensiva per chiedere la scarcerazione del ragazzo. Ma domani gli scenari potrebbero cambiare radicalmente.