Trovati i gioielli di Prodi, ma i dubbi restano

Il <em>Giornale</em> ha cercato di far luce sul motivo per cui i regali
ricevuti dal Professore non siano nel forziere al piano terra
di Palazzo Chigi. Il premier s’infuria per la nostra inchiesta: &quot;Campagna denigratoria&quot;. All’improvviso i suoi doni saltano fuori, però non dove dovrebbero essere

Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica

La toppa è peggio del buco. L’inchiesta del Giornale sul luogo di custodia dei regali ricevuti da Romano Prodi e consorte rende movimenta la giornata di Palazzo Chigi. Si moltiplicano smentite e minacce di querele, viene persino richiamato dalle vacanze pasquali il capo del Dis Giuseppe Cucchi, che in serata appare al Tg1 nel suo ufficio, circondato dai preziosi doni «governativi» che, si scopre, anziché essere nel caveau predisposto a Palazzo Chigi, sono ospitati nella sede dei servizi segreti. Perché siano lì, però, è la domanda a cui la raffica di distinguo di ieri non ha saputo dare risposta.

Nessuno infatti ha smentito il generale Antonio Ragusa, indicato al Giornale dal vicesegretario generale della presidenza del Consiglio Carlo Sica come unico responsabile della custodia di quei beni, in attuazione del decreto con cui a dicembre Prodi ha fissato a 300 euro il valore-soglia oltre il quale i doni «istituzionali» ricevuti dall’esecutivo andavano restituiti (decreto di cui ieri abbiamo parlato ampiamente, nonostante Palazzo Chigi sostenga il contrario). Ragusa ci ha confermato che la stanza blindata deputata a custodire i doni da restituire è da tempo stata approntata all’interno di Palazzo Chigi, aggiungendo che però finora nel caveau non v’è alcuno dei preziosi cadeaux già restituiti con amplia pubblicità dal capo del governo e dalla first lady.

Dove siano ce lo rivela in mattinata il segretario generale di Palazzo Chigi, Carlo Malinconico: «I regali ricevuti da Prodi sono al Dis (l’ex Cesis, ndr), tutto il resto è pura illazione». Malinconico smentisce così quanto ci aveva detto il suo vice, che lui stesso aveva delegato a parlare con Il Giornale. E cioè, ribadiamo, che a occuparsi della custodia era il generale Ragusa, che peraltro ha confermato tutto. Insomma, il caveau «ufficiale» c’è, come dimostrano le dichiarazioni del generale e le foto pubblicate sul Giornale.

Per quale motivo gioielli e regali siano «ospiti» degli 007 di via di Santa Susanna non è dato sapere, così come stupisce lo sdegno dei vertici di Palazzo Chigi, che dopo aver balbettato risposte incerte per due giorni, oggi riscoprono una vivace vena comunicativa diramando note velenose e convocando le telecamere della Rai. Ma non potevano semplicemente dircelo prima, quando li abbiamo bersagliati di telefonate?
E una volta ricomparsi i gioielli, resta una domanda. Se la stanza blindata nella sede dell’esecutivo, come riscontrato dalle parole di Ragusa e dalle foto pubblicate sul Giornale, è già pronta, che bisogno c’è di continuare a «scomodare» il capo del Dis Cucchi e la struttura di coordinamento della nostra intelligence? Procedura, peraltro, inusuale, considerato che lo stesso Dis, interpellato sull’argomento, ci aveva detto di escludere «al 99,99 per cento» che il tesoretto fosse in loro carico. Salvo poi correre a smentirsi solo successivamente richiamando Il Giornale per dire che nella loro struttura era stata in effetti approntata una stanza per custodire i doni. Col risultato, surreale, di avere due caveau blindati con due cassaforti per lo stesso «tesoro».

Quanto ai dubbi sull’effettiva rinuncia del premier ai preziosi regali ricevuti, a sollevarli semmai è Malinconico e non certamente il Giornale, che nel pezzo contestato (ma evidentemente non letto con attenzione) dal segretario di Palazzo Chigi, ieri scriveva: «Nessuno, ovviamente, dubita della sincerità del gesto dei coniugi Prodi. Ma non si capisce perché tanto imbarazzo, tanti misteri, tante versioni discordanti su quei gioielli che a oggi non sono dove dovrebbero essere». Cioè, val la pena ribadirlo, al piano terra di Palazzo Chigi, come riferito (e non smentito) dal generale Ragusa, indicato proprio dal vicesegretario generale della presidenza del Consiglio, Sica, come responsabile dei compiti di custodia («chi è stato incaricato della stanza blindata e della custodia dei doni - dice - è il generale Ragusa»).

Insomma, solo un’inchiesta giornalistica, supportata da telefonate (registrate) per far luce sul perché quei regali, meritoriamente restituiti allo Stato da Prodi, non siano stati ancora messi al sicuro nel caveau allestito ad hoc a Palazzo Chigi. A oggi, nonostante gli autorevoli interventi giunti dalla presidenza del Consiglio, non l’abbiamo ancora capito.