Trovato morto l’imprenditore Licari Era stato rapito un mese fa in Sicilia

Il cadavere rinvenuto in un pozzo In manette i sequestratori: sono due giovani di 18 e 22 anni, traditi dalle telefonate

Partinico (Palermo) - Non si era mai mosso da Partinico. Perché, come si era pensato sin dall’inizio, a rapirlo erano stati due balordi, due giovanissimi di 18 e 22 anni bisognosi di denaro, che lo hanno buttato in un pozzo. In un maledetto pozzo - a meno di tre chilometri dal luogo in cui era scomparso - dove ieri è stato trovato cadavere, nella disperazione dei familiari che fino alla fine hanno sperato di poterlo riabbracciare.
È finito nel peggiore dei modi il sequestro di Pietro Licari, il possidente di Partinico (grosso comune in provincia di Palermo) sparito nel nulla il 13 gennaio scorso nelle campagne di San Giuseppe Jato. A rapire l’imprenditore due giovani, che lo conoscevano e avevano pensato di poter facilmente spillare un po’ di soldi alla famiglia. Si tratta di Giuseppe Lo Biondo, 18 anni, residente a San Cipirello (Palermo), e di Vincenzo Bommarito, 22 anni, di Borgetto, altro piccolo comune del Palermitano. È stata proprio l’inesperienza a tradire i due sequestratori. Le telefonate alla famiglia – tranne la prima, fatta dal telefonino di Licari – sono state fatte dalla stessa cabina telefonica. La terza e ultima, quella del 21 gennaio scorso, è stata filmata da una telecamera. E quando Lo Biondo è stato identificato è scattato il fermo. Il giovane, messo alle strette, ha vuotato il sacco. È stato lui a confessare il rapimento, a chiamare in causa il complice e a dare le indicazioni per il ritrovamento del cadavere. «Avevamo bisogno di soldi per un debito» ha detto, negando però di avere ucciso l’imprenditore: «Noi – ha ripetuto più volte – non l’abbiamo ucciso. Lo abbiamo trovato morto nel posto in cui lo tenevamo». Una versione che non convince gli inquirenti. Qualcosa di più, con ogni probabilità, si saprà oggi pomeriggio, quando sarà effettuata l’autopsia.
«È stato un vero e proprio sequestro a scopo di estorsione – ha detto il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo – anche se, fin dall’inizio, è apparso subito che non eravamo di fronte a professionisti. È stato un sequestro gestito in maniera approssimativa».
Confermato anche il mancato coinvolgimento di Cosa nostra. «La mafia in questa vicenda non ha avuto alcun ruolo – ha sottolineato il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo – perché, come i vecchi pentiti hanno svelato, il sequestro di persona è stato vietato ai boss. Inizialmente il fatto che si fosse verificato un rapimento ci aveva meravigliato, ma col passare dei giorni abbiamo appurato che Cosa nostra non aveva alcun ruolo, che si trattava di criminalità comune, di personaggi che non hanno nessuno spessore criminale».
Quello di Pietro Licari era apparso come un sequestro anomalo sin dall’inizio. Per il luogo in cui era avvenuto, per la vittima scelta – facoltosa sì, ma non tanto da giustificare un rapimento – e soprattutto per il riscatto molto basso, appena 300mila euro, chiesto dai sequestratori. Gli inquirenti temevano che l’ostaggio fosse stato ucciso. E se ne erano praticamente convinti negli ultimi quindici giorni, visto che i rapitori non si erano più fatti sentire. Lo scorso 6 febbraio la moglie e i figli di Licari, che vivono a Roma dove gestiscono alcune farmacie, avevano lanciato un appello, tramite il proprio legale, l’avvocato Gioacchino Sbacchi. Proprio all’avvocato, ieri, è toccato il triste compito di dare la brutta notizia alla famiglia.