Trovato il petrolio, sotto lo champagne

Francia, le terre che producono il vino bianco più famoso del mondo nascondono 65 miliardi di barili di greggio. Ancora per poco perché un magnate texano ha i diritti per trivellare. E i vignaioli preparano la rivoluzione

Il petrolio che sa di champagne? Sempre meglio dello champagne che sa di petrolio. Che idea, a parte il prezzo, al barile non alla barrique. Secondo voi a chi poteva venire in mente una roba del genere? Agli americani, elementare, anzi ai texani. Da Dallas a Parigi la fantasia e la cronaca corrono veloci, anche sotto terra. Dunque la «Toreador», un nome di ditta che è una garanzia, con sede vicino all’Opéra, e con la culla nella terra texana di Dallas, ha deciso di trapanare il sacro suolo della Champagne, laddove si millesima, loro, i cow boys dell’oro nero, vogliono sentire non il profumo dell’uva, osservare il magico perlage, stuzzicare la lingua e libare ma vanno giù duri, usmano il profumo dei soldi quello del dollaro e del petrolio, per l’appunto, insomma lo cercano proprio là, in Francia.
La notizia ha fatto sganasciare i colleghi transalpini che già respingono al mittente il vocabolario yankee e surrogati, figuratevi poi se possano mai tollerare di vedere ruspe, tralicci, macchine di perforazione tra i loro vigneti e le dimore antiche. Ma, una volta esaurite le ghignate, ecco che sale la preoccupazione anche perché Craig Mc Kenzie, che è il presidente e lo chief executive del gruppo Toreador, ha fatto intendere chiaro e tondo che il progetto esiste e ci sono già nove sopralluoghi certificati sul tavolo. Si prevede un monte barili di 65 miliardi di pezzi, il bacino a est di Parigi questo offrirebbe, su un territorio che si sviluppa per 750mila acri, da Provins a Fontainebleau a Montargis. Le esplorazioni del terreno hanno dato esito stupefacente, almeno la metà dei barili previsti sarebbero immediatamente riempiti, non ci sarebbero problemi per la licenza già ottenuta.
La Toreador va sul sicuro, già si occupa di gas, opera in Turchia, dal 1951 è quotata a Wall Street, insomma non sono vapori natalizi, si tratterebbe di roba serissima e di grandissimo business.
Poi, però, ci sono le controindicazioni e ci mancherebbe pure. I rischi di contaminazione sono enormi, trapanare il terreno e usare prodotti chimici, stravolgere il sistema, sbancare la terra, devastandola, porterebbe quasi sicuramente a intossicare le acque, ad avvelenare le semine, le piantagioni, i raccolti, insomma a distruggere un patrimonio non soltanto della tradizione ma dell’economia francese, tale è lo champagne.
Va da sé che i produttori e i vignaioli sarebbero pronti alla seconda rivoluzione, puntando verso Parigi ma non più alla Bastiglia ma al civico 9 di rue Scribe, il cuore della capitale. Non conosco le reazioni dell’Eliseo, i pensieri di Nicolas Sarkozy e i sussurri della di lui madame Carlà, ma, ascoltate le parole di alcuni colleghi di Francia, quasi sembrava di essere allo stadio quando un arbitro non fischia un rigore a favore o non vede un fallo di mano evidente, a parte quello del tricolore Henry. Voglio dire che non ci crede nessuno anche perché i texani sono abituati ai rodei, qualcosa ne sappiamo in Italia, zona di Bari, alla voce Tim Barton, quello con il cappello da John Wayne che voleva comprarsi una squadra di calcio ma è scomparso nei cieli di Puglia e dello stesso Texas. Eppure qualcuno sente puzza, di petrolio e di gas ovviamente, anche perché la ditta esiste davvero, Toreador è pronta a incornare, la notizia non è nuovissima, si muove nell’aria da tempo, le cosiddette “esplorazioni” sul terreno sono state effettuate davvero. Forse trattasi di pubblicità, parlare di petrolio in casa dello champagne è come proporre a un piemontese di abbandonare le vigne di barbera per buttarsi sul seven up o a un siciliano di tradire la pasta con le sarde con un hamburger. Mi dicono che in alcuni casi sia già accaduto. Comunque se stappate una bottiglia di champagne non controllate l’etichetta e lo chateau ma il colore. Non si sa mai.