Il trucco dell’Unione per aggirare la Carta

Paolo Armaroli

Se è vero che il buon giorno si vede dal mattino, c’è di che disperarsi. Difatti il governo è partito con il piede sbagliato. Ha proceduto allo «spacchettamento» dei ministeri con tecniche che definire bizantine è dire poco. Il primo ad accorgersi che le cose non andavano per il verso giusto è stato il presidente dei senatori di Forza Italia Renato Schifani. Ha posto una questione tutt’altro che oziosa. Ma, per diverse ore, è come se avesse parlato al muro. Il fatto è questo. L’articolo 95 della Costituzione stabilisce all’ultimo comma che solo la legge può provvedere all’ordinamento della presidenza del Consiglio e alla determinazione del numero, delle attribuzioni e dell’organizzazione dei ministeri. Ma, se così stanno le cose, com’è stata possibile la moltiplicazione dei pani e dei pesci? Fuor di metafora, come si è potuto senza ricorrere a una legge o, quanto meno, a un decreto legge scorporare l’Università dalla Scuola, le Infrastrutture dai Trasporti, la Solidarietà sociale dal Lavoro e al tempo stesso far giurare tutti i ministri come se nulla fosse?
È presto detto. Non a caso la nostra Patria è la culla del diritto e del rovescio. Tre dei sei ministri «spacchettati» hanno giurato in veste di ministri senza portafoglio e poi il Consiglio dei ministri ci ha messo una pezza con un decreto legge ad hoc. I nostri lettori ricorderanno le lacrime versate dal centrosinistra nella scorsa legislatura per i tanti provvedimenti provvisori con forza di legge sfornati dai due governi Berlusconi. Ora che sono lor signori ad avere il mestolo in mano, si sono dati subito da fare non appena occupate le poltrone ministeriali. La parola d’ordine, si sa, è quella di scordarsi del passato. Non passò sotto silenzio, ai tempi della guerra civile fredda, la costituzione per decreto legge del ministero del Bilancio per Luigi Einaudi a opera del IV governo De Gasperi nel maggio 1947. Così come molti anni dopo si menò scandalo per il fatto che con il medesimo strumento legislativo fu possibile a Giovanni Spadolini diventare ministro per i Beni culturali. Oggi si gioca bellamente d’anticipo come se nulla fosse. E si ribatte a chi muove qualche sommessa critica che tutto è a posto anche quando nulla è in ordine.
Il bello, o per meglio dire il brutto, è che il governo è formato da partiti che si dichiarano strenui difensori della Carta repubblicana. Si stracciano le vesti per la riforma costituzionale del governo Berlusconi, ancorché approvata con tutti i crismi della legalità. E con una petulanza degna di miglior causa invitano i cittadini a gettarla nel cestino della carta straccia in occasione del referendum confermativo in programma per il 25 e 26 giugno. Ma che bravi. Loro non hanno alcun bisogno di modifiche costituzionali. Gli basta «interpretare» la Costituzione, più o meno a capocchia, e il gioco è fatto.
Ma non è finita. Tempo fa Romano Prodi, sollevato per lo scampato pericolo di una vittoria annunciata che stava per diventare una Caporetto, mise le penne del pavone. E annunciò urbi et orbi, manco fosse il Papa: «I ministri li nomino io». Non potendo contare sul diritto della forza, perché se si guarda alle spalle non trova nessuno, il Nostro intendeva affidarsi alla forza del diritto. Perciò si riprometteva di far cantare a dovere una disposizione costituzionale che ai tempi della prima Repubblica è stata violata più della vecchia di Voltaire. Non dice forse l’articolo 92 che il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri? Orbene, sappiamo com’è andata a finire. Fino all’ultimo istante il neopresidente del Consiglio ha dovuto sudare sette camicie per far quadrare i conti. E alla fin fine si è trovato con un pugno di mosche. I ministri sono aumentati, è vero. Ma il povero Prodi si è dovuto accontentare di ben poco. Ha potuto scegliere solo tre ministri. Mentre tutti gli altri gli sono piovuti sul gobbo. Alla faccia di una Costituzione che mai come oggi abbaia alla luna.
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