Truffò il fratello di Cingari: condannato

Condannato, in primo grado, a sei anni di carcere perché ritenuto dai giudici responsabile del reato di circonvenzione d'incapace, e colpevole di avere sottratto, con il raggiro, quasi 400 mila euro ad una persona disabile. La sentenza è stata emessa qualche settimana fa dal tribunale di Genova. È l'ultimo atto di una vicenda di cui il Giornale si è interessato già nell'agosto scorso. Il condannato, i cui legali sembrano intenzionati a perorare l'innocenza presentando appello verso la sentenza, è un impresario edile genovese, Arturo Basile, 51 anni, già in carcere da marzo. Ma in questa storia ad essere noto, almeno a livello cittadino, è il cognome della vittima dell'inganno. Si tratta di Antonio Cingari, fratello di quel Salvatore Cingari morto quattro anni fa, a 67 anni, che è stato uno degli imprenditori più in vista e avveduti di Genova nel settore delle telecomunicazioni, patron di Telespazio, Teleliguria e Telegenova. Al suo fianco sempre Franca Brignola che non gli ha mai fatto mancare il suo appoggio. Antonio conduce un'esistenza meno fortunata del fratello che, quando era in vita, lo ha sempre aiutato. Non può lavorare, perché disabile, ha una moglie, anche lei disabile, e un figlio che ha qualche disagio e che da tempo vive in comunità, lontano dai genitori.
Dopo la morte di Salvatore, senza più nessuno che lo aiuti, Antonio cade nelle mani di personaggi senza scrupoli che approfittano della sua buona fede si appropriano dei suoi soldi e della sua casa. Il suo avvocato, Federico Figari, assistito dal collega Simone Costa, ha ricostruito le fasi del raggiro. Dunque Antonio conosce Basile che ha fatto qualche lavoretto di riparazione a casa sua. Secondo l'accusa, poi accolta dai giudici di primo grado, l'artigiano convince Cingari a versargli somme in contanti per 200 mila euro. Gli promette di riportargli a casa il figlio che sta in comunità, promessa che, di fatto, risulta falsa. Basile induce Antonio Cingari a vendere l'appartamento dove abita, in via San Martino, ad una terza persona, poi risultata estranea al raggiro. La casa passa di mano a prezzo inferiore al suo valore, «160 mila euro invece che 250 mila», precisa l'avvocato Figari. Antonio e la moglie si ritrovano così a vivere nella casa che non è più la loro e in stato di estrema indigenza. Gli amici di Salvatore, che ogni tanto vanno a trovare la coppia, hanno parlato al Giornale di una situazione al limite della sopravvivenza: nella casa di via San Martino non c'è luce, riscaldamento, telefono. Antonio e la moglie hanno una piccola pensione che non basta per tutto il mese. I pasti sono forniti dalla parrocchia e dai Servizi sociali del Comune. E proprio il parroco della vicina chiesa, gli assistenti sociali e gli amici del fratello di Antonio, sono stati testimoni nel processo di primo grado che ha condannato chi, secondo la sentenza, ha approfittato di Antonio. «Abbiamo bloccato lo sfratto che era previsto per febbraio - dice l'avvocato -. Antonio Cingari e la moglie possono continuare ad abitare nella casa di San Martino». Intanto un amico di famiglia commenta soddisfatto: «I giudici hanno restituito un po’ di fiducia e speranza al fratello di un imprenditore che a Genova e ai genovesi ha dato molto e che in cambio, anche ora che non c'è più, non aveva ricevuto quasi nulla, neppure un po' di solidarietà per il fratello».