Truffa al Comune di Milano: la Finanza in quattro banche straniere

Le Fiamme gialle negli uffici di Ubs, Deutsche Bank, JP Morgan e Depfa. Avrebbero fatto sottoscrivere a Palazzo Marino obbligazioni capestro. I contratti risalgono alla giunta Albertini. Il Comune pronto a denunciare.<a href="/a.pic1?ID=272092" target="_blank"><strong> La Moratti: &quot;Ci tuteleremo&quot;</strong></a>. Corritore (Pd): Palazzo Marino si costituisca parte civile

Milano - Uno strumento finanziario estremamente complesso. Un contratto che sarebbe stato strutturato in maniera tale da andare a vantaggio esclusivo dei promotori. Ossia, le stesse banche che hanno preparato e fatto stipulare al Comune di Milano un bullet bond (un’obbligazione a scadenza fissa non rimborsabile anticipatamente) del valore di 1 miliardo e 682 milioni di euro con scadenza trentennale, sottoscritto nel giugno del 2005 dall’allora sindaco Gabriele Albertini, e rinegoziato per ben sei volte nel giro di solo due anni. Per la Procura, quel contratto nasconde clausole e condizioni che andrebbero a esclusivo beneficio degli arrangers (le banche, appunto) e potrebbero arrecare un grave danno finanziario all’Ente pubblico. Per questo, ieri, i militari del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza hanno perquisito le sedi delle quattro banche (JP Morgan, Ubs, Deutsche Bank e Depfabank). Le stesse che hanno confezionato i contratti ora acquisiti dal pm Alfredo Robledo, titolare dell’inchiesta nata circa un anno fa, che ipotizza il reato di truffa aggravata ai danni del Comune. Nel registro degli indagati, così, finisce una decina di dirigenti e manager degli istituti finanziari.

Gli inquirenti, dunque, ritengono di aver individuato numerosi profili di criticità nelle previsioni finanziarie fatte dagli esperti del Comune, e strutture contrattuali tali da essere immediatamente sfavorevoli per Palazzo Marino, fin dal momento della stipula. Le banche, dunque, avrebbero fatto sottoscrivere il bond - con scadenza nel 2035 - ben sapendo che in ogni caso la bilancia finanziaria avrebbe pesato esclusivamente sulle casse dell’Ente. Una situazione allarmante già sottolineata nei mesi scorsi dalla sezione regionale di controllo della Corte dei conti della Lombardia, che evidenziava come il rischio assunto da Palazzo Marino fosse «estremamente significativo», perché l’operazione «vincola risorse di generazioni future».

Ma già oggi, il peso di quei contratti inizia a farsi sentire. Il valore negativo del mark to market, infatti, è pari a circa 290 milioni di euro. In altre parole, si tratta della cifra che il Comune dovrebbe versare alle quattro banche se decidesse di chiudere anticipatamente l’obbligazione. Ma questo, dal punto di vista dell’inchiesta penale, ha un’importanza relativa. Almeno in linea teorica, infatti, l’andamento del mercato da qui al 2035 potrebbe risultare addirittura favorevole al Comune di Milano. In linea teorica, però. Perché, per la Procura, nelle carte firmate dall’Amministrazione ci sarebbero clausole tali da impedire un esito virtuoso del finanziamento per Palazzo Marino. Così nasce la presunta truffa, il cui valore - quantificato dagli inquirenti - sarebbe di poco inferiore ai cento milioni di euro.

Le Fiamme gialle, dunque, hanno perquisito le sedi italiane (a Milano e a Roma) delle quattro banche. Ma il cuore dell’affare è a Londra. L’intero rapporto contrattuale, infatti, è regolato dalla legge e dalla giurisdizione inglese, così che Palazzo Marino - in caso di contenzioso - sarebbe soggetto alla giustizia d’oltremanica, con maggiori oneri, oltre che difficoltà di conoscenza della legislazione sia sostanziale sia processuale. Ma gli inquirenti dovranno anche chiarire il motivo per cui Palazzo Marino non abbia condotto analisi di rischio e valutazioni di convenienza, non si sia avvalsa di consulenti esperti in materia, e infine per quale ragione la scelta dei quattro advisor sia stata fatta con una «procedura di gara - come aveva evidenziato la Corte dei conti - caratterizzata da rapidità e semplicità». La ristrutturazione del debito attraverso il bond, infatti, sarebbe stata decisa nel giro di poche settimane. «Modalità - insisteva la Sezione controllo - che sollevano alcune perplessità poiché, anche in considerazione dell’ammontare del debito che l’Ente intendeva ristrutturare e dei vincoli che quest’attività potrebbe comportare per gli esercizi futuri, sarebbe stato più opportuno che venisse definita l’operazione in tutti i suoi aspetti, e solo in un secondo momento venisse posta in gara l’intera operazione».