Truffa dei T-red: "Così truccavano i semafori"

Le informative di carabinieri e guardia di finanza: ecco i sistemi con cui le amministrazioni comunali facevano cassa installando le apparecchiature a infrarossi sulle strade provinciali italiane

«Sicurezza stradale». Ripetuto come fosse un mantra. «Sicurezza stradale», dicevano i sindaci di mezza Italia ogni volta che sui semafori di una strada provinciale si accendeva una nuova telecamera a infrarossi. Per poi scoprire che quelle telecamere, con la sicurezza stradale, centravano poco o nulla. Come al Illasi, piccolo comune in provincia di Verona. Giuseppe Trabucchi - il sindaco - scrive al prefetto segnalando la necessità di porre rimedio ai «numerosi incidenti» su via Fabio Filzi. Come? Ovviamente, con un T-red. Eppure, via Filzi è tutt'altro che una lingua d'asfalto pericolosa. Dal primo gennaio 2004 al 18 aprile 2006, di incidenti ne hanno registrati sette. Sette «sinistri» in due anni e mezzo. Eppure - scrive Trabucchi in una nota del 30 maggio 2007 - «sono stato costretto a installare queste apparecchiature a seguito dei numerosi incidenti verificatisi su quel tratto di strada». La telecamera entra in funzione il 16 aprile del 2006. Al 23 gennaio del 2008, gli incidenti sono cinque. Con o senza T-red, dunque, non c'è alcuna differenza. Ma il punto è un altro. Perché questa è la truffa dei semafori «ghigliottina». Piene le casse delle Amministrazioni, vuote le tasche degli automobilisti. È tutto nelle informative della guardia di finanza di Milano e dei carabinieri di Verona che - su mandato di due Procure - indagano sul cartello di ditte che monopolizza il mercato delle apparecchiature per la sicurezza stradale. «È evidente - sottolineano gli investigatori - che lo scopo per il quale si vuole installare la telecamera non è la sicurezza, ma puramente uno scopo economico per l'Ente e le ditte private». È il banco che vince. E sono molti i modi con cui prendersi il piatto. La «pesca» del verbale A leggere le carte depositate negli uffici giudiziari, non sembra esserci nulla di «scientifico» nel vedersi recapitare a casa una multa. Il meccanismo, spiegato dagli inquirenti, è questo. «Un tecnico della Ci.Ti.Esse (una delle ditte finite sotto inchiesta, ndr) periodicamente acquisiva i dati immagazzinati nelle centraline dei T-red installate» ai semafori. Un'operazione, questa, che «veniva eseguita senza la presenza di agenti della polizia locale». Quei dati, poi, finivano negli uffici della stessa Ci.Ti.Esse, dove «un impiegato della società visionava tutti i fotogrammi e a sua discrezione decideva quali costituivano illecito amministrativo e quali non». In altre parole, farsi amico quel tecnico poteva voler dire risparmiare - e non poco - sulle contravvenzioni. Anche perché «tutte le immagini ritenute non costituenti infrazioni venivano scartate e cancellate dal database, senza che venissero mai visionate dalla polizia locale». «È evidente - conclude l'informativa - che il privato si è sostituito in tutto al pubblico ufficiale». La moltiplicazione delle multe Il file con i fotogrammi considerati (dalla Ci.Ti.Esse) prova dell'infrazione veniva inviato al Comando di polizia locale. Qui un agente «avviava in automatico la richiesta alla motorizzazione civile dei dati degli intestatari dei veicoli». Un programma in mano a una ditta privata - e appositamente elaborato - riceveva poi le informazioni e creava i verbali in formato pdf. Sottolineano gli investigatori che «l'operatore di polizia non trasmette alla società un suo verbale non modificabile, ma solo un flusso di dati che potrebbe essere modificato durante le fasi antecedenti alla creazione del verbale». Firme fantasma Nel comune di Caldiero (Verona) l'agente Roberto Muraro firma decine e decine di verbali. Senza mai togliere il tappo dalla biro. Una ditta privata, infatti, l'ha scannerizzata, e ristampata su tutte le multe elevate dal Comune. Il 9 gennaio del 2007, i carabinieri di Verona trovano l'originale in un'e-mail spedita dal comando di polizia locale alla ditta. È la scansione della firma su un foglio bianco. È la matrice. Da quel momento in poi, il nome dell'agente Muraro finirà stampato su tutte le multe di Caldiero. E che non fosse una procedura corretta, se n'erano accorti anche i diretti interessati. In un'altra e-mail, del 4 gennaio 2008, il comandante della polizia locale chiede alla ditta di rimuovere dai verbali l'«autografo» riprodotto di Muraro. Le due tagliole Se una multa ingrassa il Comune, figuriamoci due. Così, nella località di Cellore (Vr), c'era un semaforo particolarmente severo. «Il semaforo - annotano i carabinieri - era collegato con un dispositivo di rilevazione di velocità, tecnicamente chiamato radar, il quale interrompeva il normale ciclo semaforico ogni volta che captava un superamento del limite di velocità preimpostato. Subito dopo entrava in funzione il T-red, fotografando il malcapitato». Se vai veloce, multa. Se vai veloce, passi anche col rosso (il giallo, infatti dura un battito di ciglia). E un'altra multa. Stessa abbinata T-red e radar anche a Donzellino (Vr). Nonostante «tale sistema sia espressamente escluso dai decreti di approvazione, così come ribadito dal ministero dei Trasoporti». Un altro dettaglio non secondario, noto agli stessi indagati. Neanche il radar, infatti, aveva ottenuto il nulla osta del ministero. È lo stesso comandante della polizia locale a scriverlo in una lettera spedita ai sindaci dell'Unione dei Comuni «Verona est». «Si precisa - sottolinea l'agente - che alla data odierna non sono state ancora omologate apparecchiature per il controllo dei semafori cosiddetti "intelligenti"». Eppure, fioccano le multe. La beffa erariale Quadratura del cerchio con beffa. Rileva la Corte dei conti di Bologna, infatti, che «il costo sopportato dagli enti per la rilevazione delle infrazioni è enorme e non tiene conto del costo effettivo del servizio reso dai privati, ma è determinato in percentuale, che arriva fino al 40%, sugli incassi dell'ente, e in alcuni casi le apparecchiature fornite non sono idonee o diventano non idonee nel corso del contratto». «Tutta l'attività finalizzata alla realizzazione delle entrate - spiega il procuratore Ignazio Del Castillo - è affidata a soggetti privati, che curano il cosiddetto ciclo completo delle contravvenzioni, dalla rilevazione delle infrazioni attraverso i noti semafori o attraverso autovelox, alla procedura di redazione e stampa dei verbali e la loro notifica e in tanti casi anche all'incasso delle sanzioni, pagate mediante conto corrente postale». Insomma, finisce peggio di com'è cominciata. Con l'automobilista che, oltre alla multa, si trova a pagare anche il postino che gliela porta a casa.