«Una truffa», la sinistra sconfessa i sindaci

Prc, Verdi, Fiom e squatter soffiano sul fuoco: «Bisogna allargare la lotta»

Stefano Filippi

nostro inviato a Bussoleno (Torino)

È il giorno più lungo per i sindaci della Val di Susa. Più difficile di quando ci furono gli scontri di Venaus, più cruciale della lunga marcia per riconquistare i terreni dei cantieri Tav, più impegnativo dell'incontro di sabato con il governo, quando questo manipolo di amministratori locali, rappresentanti di un territorio che non arriva a contare 70mila abitanti, è stato ricevuto da mezzo governo e riconosciuto come interlocutore autorevole. È il giorno in cui si capisce se Antonio Ferrentino, Mario Carena e gli altri sono veri leader, se sanno dare uno sbocco alle proteste della Val Susa e mantenere un dialogo con le istituzioni, o se sono soltanto capaci di gridare «no Tav».
È il giorno degli esami. L'assemblea popolare deve giudicarli. Sabato i sindaci hanno strappato sonanti vittorie a Palazzo Chigi: sono stati ammessi al tavolo delle trattative, hanno ottenuto il blocco del cantiere di Venaus, una serie di ulteriori verifiche geologiche e la «smilitarizzazione del territorio», come la chiamano loro. Non tutte le richieste sono nero su bianco, ma la trasferta romana è stata positiva: il compito è farlo capire ai valligiani. Missione fallita. Dopo tre ore e mezzo di discussione nel centro polivalente di Bussoleno, un teatro straripante con centinaia di persone dentro e centinaia fuori a zero gradi sotto gli altoparlanti, Ferrentino chiude l'assemblea con queste parole: «Sono deluso, depresso, demotivato».
Da Roma a Torino, tutti dicono che l'ipotesi di accordo è buona, ma la Val Susa non ne vuole sapere. Di autorizzare i sindaci a sottoscrivere il testo, manco a parlarne. Appena qualcuno vi fa cenno, si scatenano i «buuu» e i fischi. E cori di protesta anche quando Ferrentino propone di sospendere la grande manifestazione di sabato prossimo a Torino, così che anche lui è costretto a fare dietrofront: probabilmente qualcosa si farà, oggi la decisione. I valligiani non vogliono sentire ragioni, l'alta velocità non la vogliono, punto e basta. Di cominciare a discutere, manco a parlarne. Il documento di sabato è «irricevibile», «una truffa», «una trappola», «uno zuccherino». Se Ferrentino e gli altri tentano di proporre emendamenti, vengono travolti dai «nooo».
I sindaci si sgolano invano a spiegare l'importanza di un luogo di confronto con la politica. «Dobbiamo vincere con la forza delle nostre ragioni, non facendo un corteo alla settimana», spiega Carena. Ma l'assemblea a poco a poco viene monopolizzata dalla sinistra massimalista. Prendono il microfono l'avvocato dei no-Tav Giampaolo Zancan che è senatore dei Verdi, l'eurodeputato di Rifondazione Marilda Provera, il segretario locale del Prc Nicoletta Dosio (ferita negli scontri), un leader dei cobas, Paolo Ferrero (segreteria nazionale Prc), il segretario provinciale della Fiom-Cgil Giorgio Airaudo, il deputato verde Laura Cima, rappresentanti dei centri sociali e degli squatter, di Greenpeace e del movimento antinucleare di Scanzano Jonico. Tutti a soffiare sul fuoco, a dire che la manifestazione del 17 va fatta, che se non si «allarga la lotta» il movimento no-Tav rischia di spegnersi, che bisogna «estendere la protesta a tutta Italia», «mobilitare il Paese per costruire rapporti di forza che ci consentano di vincere».
Volano parole durissime contro poliziotti e carabinieri. «Terroristi di Stato». «Servi sciocchi e manganellatori». «Specialisti in montatura e violenza terroristica». «Picchiatori professionisti». Dal palco nessuno interviene a moderare i toni; dal pubblico si urla: «Bastardi, maledetti». Ogni intervento allarga il ventaglio delle richieste: non basta bloccare l'alta velocità, occorre contingentare i Tir nella Val Susa, obbligare entro un mese a trasferire tutti i camion sui treni, impedire l'apertura della seconda galleria del Frejus, rivedere tutto il piano dei valichi alpini, traslocare la cabina di regìa da Roma a Torino. La lontananza tra i valligiani e la mediazione politica non potrebbe essere più profonda. Le contestazioni maggiori non sono per il governo, ma per Sergio Chiamparino e Mercedes Bresso, sindaco di Torino e governatore del Piemonte, entrambi diessini, entrambi favorevoli alla Tav e al protocollo di Palazzo Chigi. «Dio ce la mandi buona con quei due», esclama una ragazza al microfono. La sinistra riformista non è ben vista. Ferrentino si augura che il no all'alta velocità entri nella Fabbrica del programma di Prodi: «Tanta gente ha cambiato idea», dice. Ma l'Unione in questa valle non esiste. I riformisti, sindaci compresi, non parlano il dialetto dei «sarà düra». Rifondazione e la sinistra estrema invece l'hanno imparato subito.