Truffatore chi parla di truffe

Quando, nel marzo del 1953, venne approvata la legge elettorale voluta da De Gasperi, uno spirito caustico e maligno come Mino Maccari - il quale aveva conservato il gusto iconoclasta e strapaesano dei suoi anni scapigliati - coniò una rima divenuta popolare: «in virtù di nuove leggi/ chi perde voti acquista seggi». Era gustosa, ma non più che uno slogan da usare contro la legge, che, un altro slogan, Piero Calamandrei aveva ribattezzato «legge truffa».
Però gli slogan rimangono slogan e, spesso, travisano la realtà. Con certe locuzioni - «legge truffa», appunto, o «attentato alla democrazia», che oggi, come allora, risuonano - bisogna andarci piano. E bisogna denunciarne, con forza, l'intento demagogico e la volontà mistificatoria.
Allora, nel 1953, Alcide De Gasperi aveva tentato di stabilizzare l'ancor fragile sistema politico italiano del secondo dopoguerra, che aveva cominciato a dare segni di cedimento e di difficile governabilità, attraverso una sorta di blindatura del centro. La legge, che, si ricorderà, non scattò per un pugno di voti, assicurava il 65% dei seggi parlamentari alla coalizione di liste che avesse superato il 50% dei voti. La sua ratio andava ricercata nel fatto che l'area della legittimità democratica - occupata dai partiti che avevano governato ininterrottamente (e bene) dopo il 18 aprile 1948 - stava riducendosi ed era sottoposta agli attacchi portati avanti dall'estrema destra e dall'estrema sinistra. Lungi dall'essere antidemocratica, puntava a garantire la governabilità e a salvaguardare il sistema dai partiti antisistema. Ma la forza perversa degli slogan ebbe la meglio e si sa come andò a finire.
La legge elettorale proporzionale pura, introdotta nel Paese dopo la dittatura fascista, continuò a rimanere in vigore in Italia fino alla riforma elettorale del 1993 che introdusse l'attuale meccanismo sull'onda del discredito di un sistema politico sopraffatto dagli scandali.
Il rapporto fra meccanismo elettorale e sistema politico è molto stretto: in linea generale e a parità di condizioni, un sistema politico ha determinate caratteristiche in quanto nel Paese opera un meccanismo elettorale e non altro. Quello che gli scienziati della politica chiamano «metodo di selezione delle élites politiche», cioè appunto il meccanismo elettorale, è semplicemente uno strumento, un mezzo attraverso il quale il corpo elettorale si esprime per dare indicazioni di natura politica. In sé e per sé esso è neutrale, non ha un grado di «democraticità» maggiore o minore. Ha, però, una logica interna, che influisce sulle caratteristiche strutturali del sistema politico.
È bene chiarire qualche concetto. Il meccanismo elettorale proporzionale puro - quello, per intenderci, in vigore durante la prima Repubblica e che la ricordata legge del 1953 non riuscì a soppiantare - fotografa solo gli stati d'animo e gli umori della popolazione. Favorisce la frammentazione delle forze politiche e la proliferazione dei piccoli partiti. In condizioni normali, nessun partito ottiene la maggioranza assoluta dei voti e dei seggi. Di conseguenza il governo è un governo di coalizione che non riesce a durare per tutto l'arco della legislatura ed è sottoposto alle alzate d'ingegno, alle pressioni, ai ricatti delle sue stesse componenti.
Il meccanismo elettorale maggioritario puro a un solo turno - quello, per capirci, all'inglese - obbedisce alla logica opposta: favorisce la concentrazione delle forze politiche, scoraggia la nascita di piccoli soggetti e tende a far sì che un solo partito ottenga la maggioranza assoluta dei seggi (se non dei voti) in Parlamento con il risultato che, in condizioni di funzionamento normale, un governo non è mai un governo di coalizione e dura per tutta la legislatura.
Questi sono i modelli classici (e, potremmo dire, estremi) di meccanismi elettorali, fra i quali vanno a collocarsi i tanti «intermedi»: proporzionale con lo sbarramento, maggioritario a doppio turno eccetera. Va da sé che né l'uno né l'altro sono più o meno democratici. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire e vuole mistificare le cose. La verità è che ognuno dei due meccanismi privilegia un attributo della democrazia: la stabilità piuttosto che la rappresentazione delle sfumature di opinione o viceversa.
Che cosa è successo in Italia? Il meccanismo proporzionale puro ha dato vita a un sistema politico degenerato presto in partitocrazia se non addirittura in correntocrazia e assestatosi a livelli sempre più bassi di moralità politica e di efficienza fino al tracollo finale. Ed è stata la rovina della prima Repubblica.
Per costruire un nuovo sistema, che venisse incontro alla richiesta di semplificazione del quadro politico, è stato introdotto un meccanismo elettorale nuovo, quello attualmente in vigore per l'elezione della Camera dei deputati. Lo si è presentato come maggioritario. In realtà è tutt'altra cosa. Non è uno dei due meccanismi elettorali classici, il proporzionale puro e il maggioritario puro, e neppure uno dei meccanismi elettorali «intermedi». È un ibrido, un mostro: un meccanismo per il 75% maggioritario puro e per il 25% proporzionale puro. Il risultato è stato devastante: la Camera eletta, per tre quarti risponde alla logica aggregante del maggioritario e per un quarto alla logica disgregante del proporzionale puro. Quindi ribaltoni, ricatti, proliferazione di partitini. Un disastro totale. Il frutto della illogicità.
Non è esatto dire che il maggioritario non ha funzionato. Semplicemente, esso non è stato applicato. A questo punto è necessaria una riforma. Non per favorire una coalizione ma per rendere efficiente il sistema politico. Ciò è possibile in più modi: abolire, per esempio, l'intera parte proporzionale o passare del tutto al proporzionale, come si è proposto, introducendo uno sbarramento. Non è un atto di arroganza del potere. È un segnale forte. La legge elettorale è una legge ordinaria: può, anzi deve, essere votata come tutte le leggi ordinarie. Chi parla di truffa è un mistificatore, è egli stesso un truffatore. Tanto più se dimentica, o finge di dimenticare, che sono state varate, con un pugno di voti e alla fine della precedente legislatura, leggi di carattere costituzionale.