Truffaut, il volto triste della Nouvelle vague

In libreria un volume di Ugo Casiraghi che ripercorre la carriera, la storia, il pensiero e la cinematografia del regista francese scomparso prematuramente

Profondamente Truffaut e profondamente, potremmo dire, nouvelle vague. Era nato in Francia il cinema. Al crepuscolo del XIX secolo. E sempre in Francia era rinato quando una corrente di giovani autori era cresciuta all'ombra della figura potente di Andrè Bazin, fondatore con Jacques Doniol-Valcroze, dei Cahier du cinema, una rivista che ben presto divenne la rivista del nuovo cinema. Era il 1951. In quella schiera di giovanissimi senza arte e con poca parte, trovava un posto François Truffaut, uno di quelli che la vita aveva penalizzato senza un perché. E il futuro regista non ne ha mai fatto mistero. Ha sempre ammesso che lui, se non avesse incontrato Bazin, avrebbe rischiato di precipitare tra le pieghe della malvivenza. A suo modo, il critico francese lo adottò. Gli fece da padre e da Pigmalione. Lo scoprì, insomma. Lo lanciò. E ne ebbe ragione. Ma per quegli inconoscibili scherzi che la vita confeziona in collaborazione stretta con la malasorte, non ebbe mai modo di trarne la soddisfazione che avrebbe meritato.
La sera del giorno dopo che Truffaut iniziò a girare il suo primo lungometraggio, il magnifico «I quattrocento colpi», Bazin moriva. Aveva da poco compiuto i cinquant'anni. Un destino atroce che si sarebbe ripetuto in fotocopia per il suo pupillo, anch'egli destinato a una morte prematura - aveva solo 52 anni - in seguito a un tumore al cervello. Eppure quella di Truffaut è stata una favola, ma anche un capitolo della storia del cinema francese e non solo. E oggi è diventata un libro, «Vivement Truffaut» (Lindau, pp. 278, euro 24) che torna sugli scaffali rispolverando la versione che di lui fece Ugo Casiraghi, una vita spesa al servizio del grande schermo.
Seppur con una punta di amarezza, come del resto per ogni fiaba che si rispetti, è comunque un piacere rileggere la storia dei giorni, dell'arte, del pensiero del padre di film che hanno rappresentato i capisaldi di quella nuova corrente di nomi e volti della cinematografia francese che avevano fatto della «politique des auteurs» il loro credo artistico, in rivolta contro il modo classico in stile Autant Lara. Ebbene, narrata attraverso i suoi film, dal cortometraggio «Les Mistons», che aveva lanciato una giovanissima e bellissima Bernadette Lafont, fino a «Finalmente domenica», passando per capolavori come «I quattrocento colpi», «Jules et Jim«, «Tirate sul pianista», «L'ultimo metrò», «Effetto notte» e tanti altri, la vita artistica - e non solo umana - di Truffaut si snoda nelle parole di Casiraghi avvincente e seducente. Amore, guerra, solitudine e naturalmente il mondo in celluloide sono i temi trattati da un Truffaut che non si rifiuta mai di intervenire su tutti gli argomenti più importanti della vita nel suo essere, appunto, vita. Cioè un accavallarsi di sensazioni, sentimenti e difficoltà che l'essere umano è spesso chiamato ad affrontare senza averne sempre gli strumenti necessari a contrastarla. Ne è uscito un volume capace di non deludere gli specialisti e gli appassionati e, al contempo, di soddisfare il pubblico misto.