Trulli amaro: «La F1 non vuole italiani»

nostro inviato a Sakhir

«Se è stato un handicap essere un pilota italiano in F1? Sì, lo è stato. Ed è un dato di fatto. Nel dire questo non critico nessuno, i diretti interessanti avranno certamente avuto le loro ragioni, ma team come la Ferrari e la McLaren, da tempo italiani in squadra non ne vogliono... E così abbiamo già tolto dalla lista due team...».
Jarno Trulli parla sempre schietto, non si nasconde, soprattutto ha occhi per guardare e memoria per ricordare. In F1 c’è spazio per i talenti finlandesi come Raikkonen, per quelli spagnoli come Alonso, per quelli anglo-caraibici come Hamilton, non per i ragazzi nostrani. Verrebbe quasi da avvisare il povero Luca Filippi, al via oggi in pole nella prima gara Gp2 (la serie B della F1): si metta il cuore in pace. Con lui in pista c’è Bruno Senna e avrà maggior fortuna per via del cognome e perché brasiliano, in F1, è un marchio doc virtualmente registrato; e miglior futuro dovrebbero avere, questo insegnano gli annali, altri suoi rivali come Petrov (pimpante russo) o quel cinesino di Ho-Ping Tung, fortissimamente voluto da Ecclestone, sempre attento alla geografia del motore. L’italiano non serve, c’è già la Ferrari.
I colpevoli dell’ostracismo verso i nostri colori hanno due nomi: appunto Ferrari e De Cesaris. Della prima si sa tutto: il fondatore riaprì le porte ai nostri solo con Alboreto, nel 1985, dopo averle chiuse per decenni causa le troppe critiche in caso di incidenti luttuosi: si pensi a Bandini, a Musso, ai processi mediatici, al Vaticano in campo. L’ultimo titolare in rosso fu Ivan Capelli, nel 1992. Dopo di lui, il vuoto. L’altro responsabile è Andrea De Ceseris, generoso quanto distratto pilota romano, che a inizio degli Ottanta, spinto dalla Phillip Morris, arrivò addirittura in McLaren: distrusse tali e tante auto da far pronunciare a Ron Dennis l’ormai famoso editto di Woking: «Mai più italiani nel mio team». Promessa mantenuta.