Le truppe anti Cav perdono altri cinque deputati

La "conta" per la fiducia. Dopo Calearo, Cesario e Scilipioti anche Grassano e Razzi verso l'appoggio al governo

Di Pietro, ovvero il «ventre molle» dell’opposizione. Finalmente l’ala (ampia) del Pd che vede l’alleanza con l’ex pm come il fumo negli occhi, o al più come una tristissima necessità, si può sfogare.
È nelle composite file dell’Italia dei valori che il Cavaliere sta pescando nuovi e imprevisti consensi, tolti di netto al fronte della sfiducia: prima Scilipoti, poi Razzi, senza contare l’ex dipietrista Misiti (ora Mpa) avvistato ieri mattina in intensi conciliaboli con il ministro Alfano. Insieme alla molla fondamentale (col voto anticipato, di Scilipoti e Razzi si perderebbero probabilmente le tracce), per i primi due - dice il tam tam del Transatlantico - più che gli schieramenti politici ha contato l’amicizia con alcuni e alcune esponenti Pdl, che evidentemente hanno saputo usare buoni argomenti.
Quel che è certo è che il partito del crociato anti-corruzione e anti-Berlusconi non ci fa una gran figura, e a sinistra ne godono. Ha un bel gridare al «Giuda», Di Pietro: nel Pd hanno buon gioco a ricordargli maligni che «anziché passare le giornate a dare lezioni di opposizione a noi, farebbe meglio a selezionare con meno approssimazione i suoi parlamentari». Il Manifesto poi dà Tonino ormai al tramonto, per «crisi politica e morale». Persi i due deputati di cui sopra, oltretutto, basta che un altro paio cambi idea per portarlo sotto la soglia necessaria a fare gruppo alla Camera.
Ma pure il Pd ha i suoi bei problemi, anche se meno grossier. Dopo aver puntato gran parte della posta su Fini, il partito di Bersani ha già dovuto incassare il pubblico «giammai» del presidente della Camera a qualsiasi accordo con loro. E ora teme di dover affrontare anche la sconfitta dell’operazione-Valchiria: decapitazione di Berlusconi e avvento di un altro governo. Arturo Parisi, da sempre critico della linea filo-finiana del Pd, attacca duramente il presidente della Camera e i suoi, che «si proclamano accesi sostenitori del Parlamento» e poi «hanno puntato a una crisi extraparlamentare, promuovendo sommosse e alimentando scontri ovunque, sui giornali, in feste e raduni, all’infuori che in Parlamento». Domani il Pd scende in piazza, ci sarà il sole e la presenza sarà sicuramente massiccia. Ma la «festa della liberazione» da Berlusconi rischia di finire due giorni dopo con Berlusconi saldo a cavallo. E Bersani rischia di pagare un conto ingiustamente salato, dentro il suo partito, perché non è certo stato il solo a scommettere su Fini. I più ottimisti, nel Pd, sperano che si vada comunque a elezioni e che il centrosinistra se la possa giocare, con l’aiuto del Terzo polo. Ma sono pochi: gli altri, D’Alema e Veltroni in testa (unico argomento su cui i due si ritrovano), pensano che il voto vada evitato ad ogni costo, e le primarie Bersani-Vendola pure: se pure vincesse la conta nel centrosinistra (e non è certo), il segretario a loro parere non vincerebbe quella nel Paese. Serve tempo per riorganizzare assetto e candidature: un altro annetto di Berlusconi, dopotutto, sarebbe il male minore.