Tsunami sul «laboratorio» Puglia

Disfatta nella regione amministrata da Nichi Vendola (Arcobaleno), con percentuali sotto la media nazionale. «Abbiamo comunicato male»

Nichi Vendola nasconde lo slogan. Com’era? «C’è una Puglia migliore». La sua. Verde e rossa, adesso Arcobaleno. Guarda i dati, il governatore: 2,9% al Senato, 2,3% alla Camera. Meno della media nazionale, cioè male, anzi peggio, perché questa era la Regione di frontiera, la prima che la sinistra radicale s’era presa nel 2005 nelle primarie contro i Ds poi nelle regionali contro il centrodestra.
Nichi sorrideva felice e adesso non sorride più: il laboratorio Puglia dopo due anni e mezzo sembra essere già una fabbrica che mette in cassa integrazione idee, speranze e progetti. Sconfitta, schiaffeggiata, umiliata: l’alleanza tra verdi, Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra democratica sparisce anche nella Regione dove aveva più possibilità. Scompare nonostante una campagna elettorale giocata in casa, con il centro del potere regionale tenuto tra le mani, con la possibilità di approvare leggi, norme e provvedimenti che strizzassero l’occhio alla gente.
Non se l’aspettava così, Vendola. Tutti quelli che l’avevano scelto hanno cambiato: Pd, addirittura Pdl, persino Udc. Non credeva che la sconfitta potesse essere un fallimento. Ce la fa a trovare un aggettivo: «Catastrofica». Parla e arranca, alla ricerca di una spiegazione: «Questo risultato propone a tutti noi i problemi legati all’efficacia della nostra azione. Su questo terreno della verifica del lavoro, di come si lavora, di quello che facciamo, di come lo comunichiamo». Se la prende con quello che era stato il punto di forza: la capacità di comunicare il cantiere Puglia, di farlo diventare un caso nazionale.
Il caso c’è, ma è opposto e inverso. La Regione moderata che aveva svoltato nel nome del cambiamento, ha scoperto che era una finzione. «La politica è un’altra cosa», diceva Pinuccio Tatarella. Era una frase buona per ogni occasione e perfetta per il giorno dopo il voto in Puglia. La frontiera del futuro ha rinculato, ha bocciato alla prima occasione utile la scelta del 2005. Vendola abbozza risposte di circostanza. Chiede rispetto, perché è quello che darebbe lui agli avversari. Non vuole sentirsi chiedere le dimissioni, perché dice che lui non lo farebbe mai. Però sa. Sa che domenica a lunedì è stato anche un referendum su di lui: s’è dissolto il voto del 2005 trascinato da un’onda di entusiasmo e novità, pronto a cavalcare la riforma sanitaria efficace ma dolorosa fatta da Raffaele Fitto qualche anno prima.
La Puglia punisce il governo regionale che la Corte dei conti ha più volte criticato per lo sperpero di denaro pubblico. L’ha visto la gente: gli inutili viaggi all’estero, gli 800mila euro spesi per tre giorni alla Borsa internazionale del Turismo, la nomina di un capo di Gabinetto esterno da 100mila euro all’anno extrabilancio, la scelta di sei assessori esterni. La Puglia migliore, sì. Quella che nei piani era dei pugliesi e che invece è stata della politica: più commissioni, più burocrazia, più tutto. L’apparire prima di tutto. Vendola dice che il suo governo non è in crisi, però trema al pensiero dei prossimi giorni. Gli ricordano l’ultimo spot pagato dalla Regione. C’è un uomo che corre sulla spiaggia, sotto il cielo grigio. Cerca di riprendere un ombrellone che salta per colpa del vento. Si ferma, alza la testa, l’ombrellone è troppo lontano. C’è Ostuni sullo sfondo: «Non rincorrere l’estate, la Puglia è bella tutto l’anno». Anche quando piove e di solito spunta un arcobaleno. Non ora. Non più.