Tsushima 1905 Lo scontro degli ammiragli

Così la giovane potenza giapponese, un secolo fa, distrusse la flotta baltica della Russia imperiale

Le guerre mondiali del XX secolo non ebbero inizio nel 1914, con lo scontro tra Imperi centrali e potenze occidentali. In realtà nel 1904-1905, con la guerra russo-giapponese, tramontò per sempre una tecnica di scontro di poco variata nei secoli ed ebbe inizio l’era dei conflitti in cui l’alta tecnologia si rivelava più importante della forza fisica degli eserciti. Per la prima volta vennero usate armi nuove (siluri, mitragliatrici, radio) non più solo in modelli sperimentali, ma su larga scala; ebbero successo le mine magnetiche, i puntamenti dell’artiglieria navale con sistemi telemetrici-ottici mai prima d’allora impiegati. I russi ordinarono a 45 unità (con diecimila uomini di equipaggio) di coprire il più lungo tragitto mai ipotizzato per una squadra navale in assetto da combattimento: 20mila miglia dall’Europa all’Asia, attraverso il Mar Baltico, quello del Nord, l’Oceano Atlantico sino al Capo di Buona Speranza. Poi attraverso l’Oceano Indiano sino al Mar Cinese e il Mar del Giappone.
Il mondo intero scommetteva su quell’impresa, e sul risultato della sfida tra un “gigante”, la Russia, e un “nano”, il Giappone, dal 1904 in guerra, con evidente vantaggio del Sol Levante. L’Impero dello Zar cercava una rivincita alle numerose sconfitte subite, e la affidò all’ammiraglio Rozhdestvenskij. Lo si considerava valoroso e nobile; ma sarebbe stato in grado, dopo la lunga odissea negli oceani, d’affrontare e vincere l’ammiraglio Togo? Di quel temibile condottiero, riuscito ad annientare la flotta russa d’oriente, Nicola II conosceva l’abilità; e prima d’affrontarlo una seconda volta, chiese l’opinione del suo Stato maggiore. Gli venne mentito. Gli si disse che la Russia, disponendo di cantieri navali di grande efficienza, poteva armare una nuova flotta, così potente da distruggere il superbo paese che aveva osato attaccare il grande impero. Questo giudizio diede il via all’impresa dell’ammiraglio Rozhdestvenskij.
Davanti allo Zar, la partenza avvenne il 14 ottobre 1904, mentre all’interno dell’Impero già serpeggiavano i primi guizzi d’una inarrestabile rivoluzione. La temeva, l’ammiraglio. A bordo della sua corazzata, con accanto altre cinque navi di linea nuovissime e la superba Osljabja, non poteva ignorare che negli equipaggi della flotta, i suoi ufficiali udivano sussurrare le parole che in guerra son peggio delle sconfitte: «tradimento», «corruzione», «sabotaggio». E infatti sulla flotta in navigazione s’addensarono tempeste politiche, che si sommarono alle tempeste meteorologiche. La flotta le affrontò, le sopportò. E con altrettanto stoicismo, nelle acque equatoriali, seppe affrontare la sferza del calore: sino a 76 gradi in coperta, oltre 50 in plancia!
Gli scali, lungo quelle ventimila miglia furono difficili, perché Francia e Inghilterra, dichiaratisi neutrali nel conflitto, non concedevano l’ingresso alla flotta russa nei porti coloniali. Solo navi carboniere tedesche rifornivano le navi di Rozhdestvenskij, sottocosta o in pieno oceano. Oltre al carbone, quelle navi d’appoggio, portavano anche la posta; e questo significava distribuire a bordo quanto minava il morale degli equipaggi più della paura per lo scontro con i giapponesi. La propaganda disfattista dilagante nella capitale, faceva di tutto per far giungere a ogni marinaio il proprio messaggio. Agli ufficiali si dava notizia degli intellettuali che a Mosca e a Pietroburgo discutevano su quanto poco differisse una guerra da un delitto di massa; e si poneva l’interrogativo se la guerra non fosse in contrasto con la fede cristiana. Gli effetti terribili delle armi moderne venivano descritti quali frutto di barbarie, si documentava come artiglierie sempre più potenti avessero la capacità di trasformare luoghi abitati in cimiteri.
La guerra russo-giapponese da questo punto di vista, fu l’anticipatrice non solo nell’impiego di nuove armi, ma anche nel diffondersi in ogni ceto sociale di sotterranee correnti politiche che giudicavano la guerra come male assoluto. Il capitano di vascello Buchvostòv, comandante della corazzata Imperator Aleksàndr III, s’ubriacò a tavola e gridò: «Perderemo metà della squadra durante la traversata, e se arriveremo nel Mare del Giappone, Togo ci distruggerà. La sua flotta è migliore della nostra e i giapponesi sono meglio di noi». Gli eventi gli diedero ragione.
Nel Mar del Giappone i russi, per raggiungere i loro porti in Oriente, sarebbero stati costretti ad attraversare lo Stretto di Tsushima, di poco maggiore del nostro Canale di Sicilia. In quelle acque la flotta di Togo attendeva e s’esercitava. Era già preparata a vincere, quando la squadra russa, dopo sei mesi, giunse al fatale appuntamento. Il 26 maggio del 1905 apparvero i russi: in testa l’incrociatore leggero Svjetlana con gli incrociatori ausiliari Kubàn, Terek e Uràl. Al centro le navi corazzate, con l’ammiraglia. Gli incrociatori le fiancheggiavano dai due lati, i trasporti seguivano in coda. A Tsushima, i giapponesi non tardarono ad aver ragione dei russi, i quali si batterono con coraggio, anche quando compresero di doversi rassegnare a un massacro. Nel fumo degli incendi, tra le tragedie delle unità che colavano a picco, la nave ammiraglia si batté sino alla fine. Quando venne comunicato a Rozhdestvenskij che le artiglierie di grosso calibro della sua corazzata avevano esaurito le munizioni, rispose: «Allora lasciamo che i giapponesi si avvicinino così potremmo sparare con le artiglierie minori!». Dopo pochi minuti avvenne lo scontro ravvicinato. Ferito gravemente al capo, privo di sensi, l’ammiraglio venne portato su altra nave, a sua volta colpita tanto duramente da alzare poco dopo la bandiera della resa. Quando Rozhdestvenskij si riebbe, due giorni dopo, si ritrovò in Giappone. Il nemico che lo aveva vinto e catturato, non solo lo stava curando, ma il suo avversario, l’ammiraglio Togo, gli rese visita all’ospedale militare e lodò il valore suo e dei suoi marinai. Valore che invece non riconobbe lo Zar.
Quando Rozhdestvenskij rientrò a Pietroburgo dopo due anni di convalescenza e prigionia, nessuno lo ricevette a nome del governo. Tutti sapevano la verità, ma lo Zar lo esonerò da ogni carica per «negligenza nei suoi doveri». Non sopportò il colpo, soffrì per le critiche ingiuste ai suoi marinai, ai suoi ufficiali. Non poteva accettare che oltre quattromila uomini fossero caduti a Tsushima inutilmente. E si lasciò morire.