«Tuffatevi o vi riportiamo in Libia» Undici clandestini annegati a Gela

Ma le vittime potrebbero essere di più: all’appello mancherebbero una decina di persone. Arrestati sette scafisti. In 160 hanno viaggiato su un barcone

Mariateresa Conti

da Gela (Caltanissetta)

La morte li attendeva a una cinquantina di metri dal traguardo, ovvero il litorale di Gela (Caltanissetta) nella zona di contrada De Susino. Una morte «pagata» a caro prezzo, circa 2.000 dollari a testa per viaggiare, circa 160 su un solo barcone, in condizioni disumane. Quando, a poche decine di metri dal punto fissato per lo sbarco, segnalato a riva da alcuni lumini, la carretta si è incagliata, e il capitano ha ordinato ai passeggeri di tuffarsi, minacciandoli in caso contrario di riportarli in Libia, a bordo è stato il panico: molti si sono buttati, e hanno raggiunto la terraferma a nuoto; ma in 11 - il bilancio è ancora provvisorio - non ce l’hanno fatta.
Ennesima tragedia dell’immigrazione lungo le coste siciliane. Undici clandestini, giovani per lo più provenienti dall’Eritrea, dall’Egitto e da altri Paesi africani, sono annegati la notte scorsa durante un drammatico tentativo di sbarco. Una trentina i feriti, tra i quali una donna in gravi condizioni, 140 i superstiti. Sette i presunti scafisti arrestati, sei egiziani e un libico, con l’accusa di violazione della legge sull’immigrazione e omicidio volontario. Sulle vittime sarà effettuata l’autopsia, per accertare se il decesso sia è stato causato da annegamento o se magari qualcuno degli undici extracomunitari fosse già cadavere quando è stato buttato in acqua. A bordo dell’imbarcazione è stato trovato inoltre un telefonino satellitare. Dai tabulati delle chiamate si spera di risalire all’identità dei mercanti di uomini e agli appoggi logistici che le organizzazioni di scafisti hanno in Sicilia.
L’allarme è scattato nel cuore della notte. A chiamare i carabinieri, una coppia di turisti, che dormiva nelle vicinanze della spiaggia, a bordo di un camper, cui hanno chiesto aiuto i primi clandestini che hanno raggiunto la riva. Alle 3 e 38 del mattino, insieme ai carabinieri, è arrivata anche la guardia costiera. Agghiacciante lo spettacolo. Nove cadaveri in spiaggia, il tratto di mare di fronte a contrada De Susino costellato di magliette, scarpe, i poveri bagagli degli immigrati sparsi in acqua. Immediati i soccorsi. Molti immigrati - per lo più giovanissimi, tra loro anche donne e bambini, anche molto piccoli - sono stati recuperati in spiaggia, altri 74 a bordo del barcone. Tutti quelli che non avevano bisogno di cure mediche particolari sono stati smistati tra il centro della Protezione civile di Gela e il centro di prima accoglienza di Pian del Lago, a Caltanissetta. Il mare ha poi restituito altri due cadaveri. Ma all’appello, se è vero che a bordo c’erano 160 persone, ne mancano ancora una decina. L’ipotesi più probabile è che siano riusciti a fuggire, ma non si esclude che qualcuno sia scomparso in mare.
Sono gli stessi immigrati a ricostruire il film di questo viaggio, cominciato una settimana fa in Eritrea. «Abbiamo pagato 2.000 dollari a persona - racconta Marikos Habton, studente eritreo di 17 anni -. Siamo partiti una settimana fa dall’Eritrea, e abbiamo attraversato in camion il Sudan, l’Egitto e quindi la Libia. Un viaggio massacrante. Nella carovana in cui mi trovavo c’erano oltre 400 persone, tutte dirette in Italia. Quando siamo arrivati al porto siamo stati divisi in gruppi. Abbiamo fatto la traversata senza grandi problemi, il mare era abbastanza calmo. Quando ci hanno detto di prepararci a sbarcare, la nave ha avuto dei problemi. Si è come incagliata, e ci hanno detto di buttarci in acqua. È stato il panico. Tanti si sono tuffati, ma forse non sapevano nuotare e per questo non ce l’hanno fatta».
Tuona contro gli scafisti il ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu: «Hanno dirette e pesanti responsabilità nella strage. Nessuno, né in Europa né in Africa, può ancora subire passivamente questa tragedia. Insisterò con la Presidenza dell’Unione Europea e della Commissione affinché questo problema venga posto al centro del dialogo euroafricano».