Un tuffo di nostalgia nei «Migliori anni»

RomaQuando sentono i Platters intonare Only you, a quelli che negli anni ’50 avevano vent’anni viene un groppo alla gola per l’emozione. Quando vedono entrare Bo Derek, a quelli che negli anni ’80 spuntavano i primi peli sul mento si scatena un rimescolamento ormonale come in quei primi scoppi di gioventù. Quando sul palco si materializza, ancora fantastica, Liza Minnelli, tutti quanti si tuffano in un ricordo di un ritornello, in un momento legato alla scena di un film.
È proprio vero: I migliori anni, lo show del venerdì di Raiuno, è uno dei pochi programmi che è riuscito a creare una perfetta identificazione con il pubblico. Certo, si dirà, è facile: basta far vedere spezzoni di vecchia Tv, e ogni spettatore corre con il pensiero alla gioventù ormai perduta. In realtà non è così semplice. Diversi ingredienti hanno portato al successo dello show: oltre all’elemento della nostalgia, una accurata ricerca degli ospiti, delle immagini, degli oggetti storici e soprattutto l’idea della sfida tra i decenni della seconda metà del secolo passato. In più un pizzico di fortuna: quella che per gli italiani si sta rivelando un disastro, e cioè la crisi economica e sociale partita dall’America, per Raiuno si sta trasformando paradossalmente in un colpo grosso. Per chissà quale intuito (o più semplicemente perché quelli sono stati i prodotti messi sul tavolo dai produttori) i dirigenti Rai hanno infilato uno dietro l’altro show e fiction legati al passato, al ricordo, alla nostalgia. E il pubblico ci si è buttato a capofitto. Un fenomeno riassunto dal presidente di Mediaset Fedele Confolanieri nel concetto: «La gente nei momenti di crisi preferisce programmi meno ansiogeni»). Infatti show come I migliori anni, Tutti pazzi per la tele e fiction come Raccontami hanno avuto successo. Lo stesso non si può dire di Crimini Bianchi di Canale 5, dedicato alla malasanità.
«In effetti - ipotizza Pasquale Romano, uno degli autori dello show prodotto da Endemol (che è poi l’infame che sta dall’altra capo del telefono di Affari tuoi) - la difficile congiuntura ha giocato a favore dei Migliori anni. È vero che nei momenti critici la gente preferisce sognare e pensare a come si stava meglio prima. E, in fondo, era proprio così: negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, anche se molti facevano la fame, avevano pochi soldi e lavoravano molto, avevano almeno la speranza di migliorare, di crearsi una nuova vita. Quella speranza che ti dà la grinta, l’energia, la voglia di combattere. Oggi, invece, i giovani non hanno prospettiva e si spengono».
E questa grande voglia di rivivere i momenti andati la si assapora in maniera palpabile lì in studio, dietro le quinte, in mezzo a programmisti, registi, autori, tuttofare... Una seggiolina in un angolo è un osservatorio privilegiato per assorbire il calore del pubblico seduto sugli spalti che si scatena sulle musiche, parteggia per un ospite, fischia chi non gli piace, scatta in piedi, si emoziona, canta.
«È proprio così - continua Romano -. Riusciamo a coinvolgere in maniera molto forte non solo il pubblico in sala, ma anche quello a casa». Basta una cifra: in ogni puntata arrivano in redazione duemila sms. Iniziano tutti con «Noi che...» (un esempio: «Noi che si faceva il bagno con il costume a maglia di lana»). I più belli vengono letti in trasmissione o fatti scorrere a fine show nella parte inferiore dello schermo. «L’idea è nata alla fine della scorsa stagione da una lettera di una spettatrice che cominciava proprio così: “Noi che...” e poi si è trasformata in un fenomeno».
Eh sì, quando ti vedi lì sul palco, come è successo ieri sera, Potsie e Ralph Malph, i due amici di Fonzie in Happy Days, tutta la tua fanciullezza ti scorre davanti in un baleno. «Ma l’idea vincente - chiosa Carlo Conti - è stata quella della sfida tra i decenni, del contrasto che si crea mettendo a confronto stili di vita, modi di pensare così diversi. Dalla differenza nasce il racconto».
Ma non è facile mettere insieme tutti i pezzetti. «Riuscire a rintracciare i personaggi - spiega la produttrice Valentina Canella -: è un’impresa che richiede mesi. Per le immagini ovviamente peschiamo dall’immenso archivio Rai. E poi c’è tutto il lavoro di ricerca degli oggetti, dei costumi, delle macchine, delle musiche». Ma ne vale la pena, ancora per tre puntate.