Tullio Pericoli «Le colline che nascono dentro di me»

«Io vado nelle Marche dove sono nato - racconta Tullio Pericoli - guardo, osservo, schizzo. Poi salgo in macchina e torno a Milano. Nel ritorno quanto ho visto si trasforma, a contatto con altre esperienze ed emozioni che vi si sovrappongono. Così quello che esce poi sulla tela con il paesaggio reale non ha più molto a che fare».
Carlo Carrà sosteneva che ci sono due modi di dipingere il paesaggio: il primo è rappresentare alberi, monti, acque o case. Il secondo è trasformare il paesaggio in un poema pieno di spazio e di sogno. La citazione è di Elena Pontiggia nel catalogo dedicato alla mostra di Pericoli «Sedendo e mirando. I paesaggi 1966-2009», aperta fino al 13 settembre ad Ascoli Piceno nella Galleria Osvaldo Licini (catalogo Skira).
Spazio e sogno. Chi conosce il paesaggio marchigiano, fatto di un susseguirsi ininterrotto di colline che si accavallano all’infinito, sempre uguali e sempre diverse, in cui può anche capitare di smarrirsi, capisce il senso del binomio. E chi sa che Tullio Pericoli non è soltanto il brillante disegnatore e ritrattista di un certo ambiente culturale milanese, ma proviene da un piccolo borgo collinare dell’Ascolano, capisce anche il significato di quel verso leopardiano scelto come titolo della rassegna. È un perdersi a guardare il suo, uno smarrirsi nelle stoppie bruciate di luglio, nelle terre arate di fine agosto, nelle piccole case aggrappate alla collina, nel «chiaror delle nevi».
Ma anche nel caso di Pericoli (come sostiene Elena Pontiggia in questa stessa pagina), dipingere il paesaggio non si risolve in un’idillica contemplazione. Le sue colline sembrano in movimento, magmatiche, come possedessero un’energia interiore difficile da misurare, forse pericolosa. La collina avvolge l’osservatore e il cielo, negli olii di Pericoli, non si vede quasi mai: c’è sempre un’altra collina che «de l’ultimo orizzonte il guardo esclude». Domizia Carafòli