Tuniche e doppie zeppe: rosa shocking a Parigi

Un piccolo capolavoro la sfilata Yves Saint Laurent firmata da Stefano Pilati. Geniale Ungaro, eleganti i modelli Celine

Daniela Fedi

da Parigi

Centodieci metri di passerella tutta rosa e 37 donne vestite di grigio, nero e metallo satinato: i colori della modernità. Ecco in numeri la sfilata di Stefano Pilati per Yves Saint Laurent andata in scena ieri sera al Beaubourg di Parigi. Più difficile raccontate in poche parole l'emozione che sta dietro a questi modelli perché stavolta lo stilista nel suo piccolo ha fatto un capolavoro. In pratica è riuscito a coniugare l'estetica razionalista che serpeggiò nella società europea a cavallo tra le due guerre con quella squisita femminilità alto borghese intrinseca al mitico marchio di Francia. «Questa stagione avevo voglia di cambiare direzione, ma mi sono chiesto: per andare dove? Così ho lavorato sulle forme partendo dal taglio e dalla ricerca di un perfetto aplomb» ha detto Pilati aggiungendo una serie di spiegazioni tecniche sull'uso di tessuti pesanti in apparenza ma di fatto cascanti. Non a caso alcuni cappotti erano interamente profilati di vernice, altri avevano una sottile catena d'oro che correva lungo il perimetro del modello determinandone la linea tra l'uovo e la scatola. I pantaloni erano stretti e perfetti soprattutto perché abbinati con eleganti tuniche allungate e chiuse sulla schiena. In alternativa c'erano le classiche gonne dritte di Saint Laurent rese stavolta più dinamiche dall'abbinamento con ampi e avvolgenti cardigan di cashmere grigio. Bellissimi gli abiti da sera tra cui si ricorda un modello ricoperto da paillettes di metallo martellato che sembravano quasi incatramate e l'ultimo spettacolare vestito lungo con un corpetto ricamato in oro da minuscole forme geometriche (coni, piramidi, piccole sfere) che in qualche modo facevano pensare agli ingranaggi di Tempi moderni e ai surreali paesaggi industriali di quell'epoca lontana. Strepitose anche le scarpe e interessante la borsa a zainetto da portare a mano.
Alla sua seconda prova come direttore creativo di Celine, Ivana Omazic ha centrato l'obiettivo. La deliziosa designer croata cresciuta professionalmente nell'ufficio stile di Prada è riuscita a far confluire due fonti d'ispirazioni in un unico canale che porta a un'eleganza al tempo stesso gentile e contemporanea. «Mi sono innamorata della figura di Nancy Cunard, la poetessa americana vissuta a Parigi negli anni Trenta con cui ebbero appassionate storie d'amore uomini come Pablo Neruda e Aragon» ha detto Ivana spiegando poi di essersi ispirata anche ad alcune tradizioni vestimentali del suo Paese viste nel museo di storia etnografica di Zagabria. Così le bellissime scarpe a francesina hanno un tipo di costruzione detta «opanka» tipica delle calzature dei contadini croati. Invece la cravatta che nasce in Croazia e si diffonde nel mondo come accessorio essenzialmente maschile, fatta in organza diventa un elemento di evanescente leggerezza appoggiato più che annodato intorno al collo. Tutto contribuisce a creare un piacevole contrasto tra forza e fragilità, maschile e femminile, essenziale e decorato. I mille braccialetti a cerchio rigido che caratterizzavano lo stile di Nancy Canard, compaiono quindi in una nuova versione di coccodrillo. Invece lo chiffon color carne si alterna ai tessuti da uomo tipo spinati e tweed, mentre il lusso del giacchino di visone caramello con alta cintura bordeaux si oppone all'essenzialità della gonna grigia a quattro teli.
È grigia anche la parte migliore della prima collezione Ungaro disegnata da Peter Dundas, stilista d'origine norvegese. Circola la voce che abbia lavorato nemmeno una settimana per la collezione presentata ieri. Se fosse vero sarebbe un genio perché tutte le uscite avevano almeno un comun denominatore: la ricerca di nuovi drappeggi nel jersey bigio. Certo alcuni pezzi sapevano troppo di Cavalli, altri erano un insulto alla storia della maison (la pelliccia in code di marmotta farebbe orrore a Monsieur Ungaro) ma il poveretto di più non poteva fare visto che il marchio ultimamente ne ha davvero passate di tutti i colori. Prima un valzer di stilisti, poi un cambio di proprietà (ieri la famiglia Ferragamo, oggi il miliardario di origine pakistana Asim Abdullah) e in mezzo tanto inutile veleno.