Tra tuoni e saette sonore con Muti un Otello stellare

Sembra di esser tornati ai bei tempi quando una prima all’opera occupava pagine di giornali e, alla vigilia, riusciva a suscitare accese discussioni in circoli intellettuali attenti alle novità in fatto di melodramma, e nei salotti dava il via a storie e pettegolezzi su primedonne, compositori e direttori.
A Roma, intorno all’Opera, come ai bei tempi, pur nell’attuale clima sonnacchioso da un lato e preoccupato dall’altro, ha trovato spazio e dato il via a discussioni e chiacchiere il debutto di Riccardo Muti sul podio del Teatro dell’Opera, a 67 anni. Proprio così. In quarant’anni di carriera, in continua ascesa, il celebre nostro direttore non aveva mai diretto un’opera a Roma. E questa è solo una delle ragioni di tanto interesse.
Ma ve n’è anche un’altra. Muti debutta a Roma, in un’opera del grande repertorio - Otello di Giuseppe Verdi - alla vigilia dell’inaugurazione per antonomasia, quella della Scala; la stessa Scala è rimasta orfana di Muti da tre anni a questa parte, il che fa assumere alle due prime viciniori anche il tono e il carattere della sfida: Opera contro Scala, Otello contro Don Carlo, Daniele Gatti contro Riccardo Muti.
A stemperare il clima surriscaldato della sfida e le inevitabili tensioni della vigilia, i due teatri sono apparsi coalizzati, facendo precedere la prima da una anteprima o generale, la si chiami come si preferisce. I mezzi di informazione, invece, hanno preferito ignorare queste recite, per non mancare le più movimentate prime. E di quella di Roma, che ha avuto luogo ieri sera - dopo la generale aperta di giovedì, agli stessi prezzi della prima canonica, seppure in una serata benefica in favore della ricerca sull’Aids - vi stiamo per riferire.
L’Otello di Roma è certo una prima, ma non una prima assoluta. Perché Otello di Giuseppe Verdi, con Muti sul podio - regia di Stephen Landgrige, protagonisti Aleksandrs Antonenko, Otello, e Marina Poplovskaja, Desdemona, al loro debutto nel ruolo - che abbiamo ascoltato ieri sera a Roma, è una coproduzione e proviene dal Festival di Salisburgo dove ha debuttato quest’estate. A Roma è cambiato l’interprete di Jago - a Salisburgo era Carlos Alvarez, a Roma Giovanni Meoni, ottimo professionista, ma meno incisivo di Alvarez - e, soprattutto, è cambiata l’orchestra in buca: a Roma l’Orchestra stabile dell’Opera, a Salisburgo i gloriosi Wiener Philharmoniker.
Ma a garantire che anche l’orchestra romana avrebbe dato il meglio, anzi di più, c’era Riccardo Muti. Interprete verdiano di riferimento, lavoratore scrupoloso e infaticabile, forgiatore indiscusso di orchestre, al limite della intransigenza e scontrosità. E, del resto, che anche a Roma la partita si sarebbe giocata soprattutto sul terreno sinfonico, era fin troppo chiaro a chi ha avuto l’occasione di assistere o di leggere delle rappresentazioni salisburghesi, dove le prestazioni superlative dell’orchestra viennese Muti era riuscito a piegare a quel suono operistico tutto italiano che egli conosce profondamente, sa imporre ed anche ottenere. E dunque sotto questo profilo, non v’è stata sorpresa alcuna, solo una conferma. Fin dalle prime note dell’opera, che si apre con quella tempesta strumentale che è una delle invenzioni più suggestive dell’Otello, Muti ha lanciato l’orchestra romana tra flutti, tuoni e saette strumentali di efficacia e verosimiglianza impareggiabili. Un capolavoro nel capolavoro. Anche il coro è parso rigenerato dalla cura Muti.
Il quale concepisce l’Otello verdiano - «l’ultima opera che ho scritto per il pubblico», secondo la ben nota riflessione dell’autore - come un’unica, interminabile tragedia sempre in procinto di abbattersi sul Moro di Venezia e sulla sua giovane bellissima Desdemona, continuamente ritardata e rinviata, e fermata ogni volta sul punto di travolgere tutti e tutto. Quasi una complessa, articolata sinfonia strumentale con voci, che abbraccia con identica tensione la vicenda da principio alla fine.
Desdemona è certamente più credibile di Otello, che appare tuttora acerbo, mentre l’orchestra sembra cresciuta in un baleno, confermandoci nell’idea che l’opera senza le star, quelle vere - e Muti lo è senza ombra di dubbio - non ha né presente né futuro. È per questo che l’Otello di Verdi ci sembra, parimenti, l’Otello di Muti.