Turchia ai ferri corti con gli Usa Richiamato l’ambasciatore

Prima rappresaglia dopo la risoluzione del Congresso sul genocidio armeno

da Istanbul

Il «dies irae» turco è iniziato. Le legge approvata dalla commissione del Congresso americano, che definisce «genocidio» i massacri contro gli armeni del 1915, brucia ancora di più di quella francese dello scorso anno, che prevedeva sanzioni e carcere per chi negava l’eccidio.
La reazione è durissima e adesso c’è chi teme che nei prossimi giorni la situazione possa peggiorare. Il presidente della Repubblica, Abdullah Gül, si è limitato alle parole, definendo l’iniziativa Usa «inaccettabile», ma il primo colpo di grazia è arrivato ieri sera. Il ministero degli Esteri ha richiamato in patria l’ambasciatore a Washington, Nabi Sensoy. E per quanto si tratti di un richiamo «temporaneo e meramente consultivo», come hanno fatto sapere fonti diplomatiche turche, è un gesto che fa più rumore di qualsiasi dichiarazione. Ankara aveva adottato lo stesso provvedimento anche con l’ambasciatore a Parigi, ma stavolta la comunità internazionale ha più di un motivo per preoccuparsi.
Nel Paese della Mezzaluna il clima è rovente. La stampa turca e il premier Recep Tayyip Erdogan hanno alzato i toni. Alcuni quotidiani locali hanno scritto senza troppi mezzi termini che la presidente del Congresso, Nancy Pelosi, ha fatto votare la legge in Commissione perché sensibilizzata dalla potente e facoltosa diaspora armena, che potrebbe aiutarla per la campagna elettorale alle prossime elezioni.
Il premier Erdogan, dal canto suo, ha cominciato ad affilare le armi e potrebbe decidere di vendicarsi in un modo che per la Casa Bianca sarebbe particolarmente indisponente. Nella mattinata il primo ministro ha anticipato che dopo la festa del Ramadan, prevista per domenica, il Parlamento prenderà provvedimenti. Nel pomeriggio fonti del Partito per la giustizia e lo Sviluppo al governo hanno fatto sapere che la Grande Assemblea Nazionale turca, la settimana prossima, voterà l’invio di truppe in nord Irak. Se confermato si tratterebbe di un passo storico, perché fino a questo momento l’esecutivo islamico-moderato si era sempre rifiutato di autorizzare l’establishment militare a usare la forza per reprimere i terroristi separatisti curdi del Pkk che si rifugiano oltre confine. Una scelta dettata dal contenimento di una situazione che nell’Est del Paese è da tempo esplosiva, ma anche da una reazione dura nei confronti di Washington, che più volte aveva chiesto di non intervenire per non turbare l’unica zona tranquilla dell’Irak. Anche il rappresentante Ue per la Politica estera, Javier Solana, ha chiesto ad Ankara un passo indietro sulla questione. In molti temono che adesso la Turchia potrebbe far mancare anche gli appoggi logistici necessari per la missione statunitense in Irak.
Le relazioni fra Ankara e Washington sono tese da diversi mesi. Da tempo l’esecutivo islamico moderato al potere in Turchia ha chiesto agli Stati Uniti maggiori aiuti per fronteggiare i terroristi curdi. Sostegni che la Casa Bianca ha sempre promesso, senza mai fornirli concretamente. Vanno poi aggiunti i dissapori seguiti all’accordo turco con l’Iran per il trasporto di gas naturale, che sarà firmato a breve e che Washington aveva criticato con forza.
A far traboccare questo vaso stracolmo, la goccia più insidiosa di tutte. La questione armena si trascina ormai da quasi un secolo. Secondo la Diaspora e la comunità internazionale, nell’est del Paese fu trucidato circa un milione di persone. Ankara ha sempre negato il riconoscimento di quello che sarebbe il primo grande genocidio del XX secolo, dicendo che le vittime non furono oggetto di un massacro sistematico e non superarono le 300mila.
Domenica e martedì sono state organizzate due manifestazioni di protesta, a Istanbul e Ankara, davanti alle sedi diplomatiche americane. In molti adesso temono la reazione della gente. Le associazioni di consumatori turche hanno già lanciato una campagna di boicottaggio dei prodotti made in Usa. E Bush tenta un disperato recuperod ella situazione: ieri ha ribadito la sua intenzione di portare avanti i tentativi per convincere il Congresso americano a ritirare il documento.