Turchia, altri 5 contagiati Proteste contro il governo

Sale a 14 il numero dei malati, 60 i ricoveri. Allarme in 15 regioni

Marta Ottaviani

da Istanbul

Ormai c’è poco da nascondere o da minimizzare. In Turchia la situazione è seria e destinata a peggiorare ulteriormente nelle prossime ore. Il numero ufficiale dei contagiati dal virus dei polli è salito a 14, anche se per altri 12 i test hanno dato esito negativo. Ieri mattina il ministro turco della Salute Recep Akdag ha ammesso che sono state trovate altre cinque persone affette dalla variante H5N1, prima di essere duramente contestato dalla gente di Dogubeyazit, durante una sua visita. Quattro dei contagiati provengono dalle regioni settentrionali del Paese e precisamente di Samsun, Kastamonu e Corum. La quinta è di Van, città nell’estremo Est, dove settimana scorsa sono morti i tre bambini della famiglia Kocyigit, prime vittime del virus dei polli in Turchia. Secondo il ministero della Salute turco, in questo momento, 15 delle 81 regioni in cui è diviso il Paese sono da ritenersi a rischio. Un dato contrastato da altre notizie, che adesso stanno diventando sempre più confuse e contraddittorie. La versione ufficiale delle autorità sembra non convincere per prima la stampa turca. Il sito Internet del quotidiano Vatan parla apertamente di altre città come Konya, Denizli e Ürgüp, fuori dalla «lista nera», dove l’allarme rosso è già scattato. Hurriyet intitola «L’influenza aviaria avanza», mentre tutte le emittenti turche hanno organizzato finestre di informazione straordinarie nelle quali continuano a ripetere di non mangiare carne di pollo e, se è possibile, di non spostarsi all’interno del Paese. Si teme per il mercato turistico, soprattutto nelle zone archeologiche e nella Cappadocia, che per sta subendo una secca battuta d’arresto proprio in questi giorni festivi del Bayram. E la batosta più grossa arriverà nelle prossime settimane con il calo anche del turismo straniero.
Ma ora tutti gli occhi della Turchia sono puntati verso il Bosforo. Istanbul, dopo la notizia di due giorni fa di tre persone ricoverate ad Ankara, sembra diventata l’ultimo baluardo di credibilità per un Paese catapultato dal paradiso all’inferno in meno di una settimana e dove le reazioni sembrano sempre più dettate dal panico che dal buon senso. Ieri mattina Muhammad Güler, governatore della regione di Istanbul, ha indetto una conferenza stampa straordinaria in diretta televisiva per fare il punto della situazione e tranquillizzare gli abitanti della megalopoli turca.
«In questo momento Istanbul è un posto sicuro, qui il virus H5N1 non è ancora arrivato - ha esordito un nervoso Güler con l’aria di chi deve convincere per forza -. Gli ospedali sono stati forniti di tutti i farmaci più idonei e sono pronti a fronteggiare un’eventuale emergenza». Ma Güler ha anche messo in guardia gli abitanti di non mangiare carne di pollo e uova perché «potrebbero non essere sicuri» e reso noto che nelle prossime ore quartieri come Gaziosmanpasa e Küçükçekmece ed Enseler potrebbero essere messi in quarantena.
Intanto la versione on line del quotidiano Hurriyet rende noto che il direttore del settore Sanità di Istanbul, Mehmet Bakar, ha ammesso che ci sono 21 persone in sette ospedali specializzati della città che si stanno sottoponendo a test per verificare la presenza dell’H5N1. E secondo altri quotidiani nazionali le persone che rischiano di aver contratto il virus nella megalopoli turca sarebbero già oltre 60.
Ma le autorità sembrano volerci andare con i piedi di piombo. A Istanbul vivono più di 11 milioni di persone: la proliferazione del virus in un ambiente come questo potrebbe rivelarsi potenzialmente una tragedia. Il panico sta montando e a qui ci sono numerosi quartieri dove l’igiene è praticamente assente e dove volatili da cortile passeggiano indisturbati in mezzo alla strada, anche non lontano dalle zone più lussuose della città. La gente è perplessa e preoccupata, ma soprattutto vuole sapere come stanno veramente le cose. «La situazione peggiora di giorno in giorno. Adesso se crolla Istanbul crolla la Turchia», dicono i pochi che vogliono parlare. Un fardello forse troppo grosso per l’antica Costantinopoli. Anche questa volta le sue mura potrebbero non bastare a difenderla.