La Turchia censura il cartone Disney: offende i musulmani

La tv di Stato vieta la serie «Winnie the Pooh» per colpa del porcellino Pimpi. Motivo: il maiale per l’islam è considerato un animale impuro

Massimo M. Veronese

Già era timido e pieno di complessi, figuriamoci adesso. Una volta solo perché era stato l’unico tra tutti i peluches a tornare a mani vuote da una caccia al miele si era così depresso da fuggire vagabondo e sconsolato dal Bosco dei Cento acri. Si erano messi tutti a cercarlo Tigro, il coniglio Tappo, il canguro Kanga, ma solo l’aver salvato la vita a Winnie in pericolo l’aveva restituito alla combriccola da eroe. Chi glielo va a dire adesso a Pimpi che per colpa sua Winnie the Pooh non andrà mai più in onda sui canali della televisione di stato Trt, la Rai turca, controllata dal governo filoislamico. Pimpi, il maialino rosa con il maglioncino a righe, il più piccolo e remissivo del gruppo, il sognatore che passa sempre inosservato, i musulmani non lo possono vedere. Perché per il Corano è un animale «impuro» è come tale urta la sensibilità dell’islam. Anche se è un salamino adorabile e con un cuore grande così. All’inizio, spiegano i giornali Cumhuriyet e Sabah, avevano semplicemente cercato di farlo fuori dalla serie: dentro tutti gli altri personaggi della Disney, ma non lui. Una maialata. Ma l’impresa alla prova delle forbici si era rivelata impossibile. Pimpi, o Piglet, è uno dei protagonisti del cartone animato, spunta più o meno in ogni scena, tagliarlo non si può, del maialino non si butta via niente. Così via tutti. Censurati, cancellati. Pimpi è pericoloso e va messo al bando. Come è successo a Pikachu e ai Pokemon, scomunicati tempo fa dalla fatwa dello sceicco Yusuf al-Qaradawi. A dire il vero tirava brutta aria da un po’: in parecchi alla Trt avevano denunciato che nei posti chiave della tv pubblica erano stati nominati dirigenti vicini alle posizioni filoislamiche del governo e che è ormai crescente la tendenza della Trt a propagandare valori e messaggi filogovernativi e filoislamici. Ma che arrivassero a imbavagliare Pimpi, che non riesce a esprimere un’opinione se non balbettando, nessuno se l’aspettava proprio.
Il porcellino è comunque in buona compagnia. È finito nel macello, tanto per dirne qualcuno, con Melissa P., i cui Cento colpi di spazzola sono stati promessi sulla schiena di chi lo compra, di Ennis Del Mar e Jack Twist la coppia di cowboy gay dei «I segreti di Brokeback Mountain» premiato con l’Oscar ma vietato non solo ai minori, per non parlare di Perihan Magden, la giornalista e scrittrice turca, sotto processo a Istanbul per aver difeso in un articolo l’obiettore di coscienza Mehmet Tartan, o Leyla Zana, unica donna curda eletta deputata condannata a 15 anni di carcere anche per aver osato parlare la sua lingua in Parlamento. Quello stesso Parlamento che aveva messo all’ordine del giorno una legge che prevedeva che internet fosse sottoposto all’autorità di controllo e che per aprire un nuovo sito ci fosse bisogno di un’autorizzazione dalle autorità locali.
E così anche stavolta la Turchia si ritrova per metà dentro l’Europa e per metà fuori, sempre in bilico tra l’identità laica, che piace per esempio ai militari, e il fondamentalismo islamico. Aderire all’Unione, è stato spiegato da tempo a Istanbul, vuol dire farne parte non solo geograficamente, condividerne valori come il multiculturalismo, accettare le critiche, ma le diffidenze crescono se Pimpi viene trattato come Vallanzasca. Forse anche per questo ieri il premier turco Recep Tayyip Erdogan si è affrettato a rassicurare i cittadini turchi sul futuro europeo del Paese della Mezzaluna perché l’Europa non è piccola, ma la gente mormora lo stesso. Da Istanbul ha spiegato che, tranquilli, la richiesta di adesione è stata accettata nonostante i tentativi di Cipro di mettere i bastoni tra le ruote. Già, c’è di mezzo pure Cipro. Ha chiesto alla Turchia di aprire porti e aeroporti alle sue navi e ai suoi aerei, altrimenti avrebbero ostacolato i negoziati di adesione con Bruxelles. Ma da Ankara hanno risposto non se ne parla nemmeno, almeno fino a quando non ci sarà il riconoscimento della parte nord dell’isola.
Erdogan ha spiegato che la soluzione al problema di Cipro deve essere trovato in sede di Nazioni Unite e non imposto durante i negoziati Ue, ma dall’altra parte hanno fatto capire che se non hanno utilizzato questa carta la scorsa settimana, quando sono stati avviati ufficialmente i negoziati tecnici, non vuol dire che non possano tirarla fuori in futuro. A dar man forte a Cipro poi è arrivato il commissario Ue all’Allargamento, Olli Rehn, che in commissione Esteri dell’Europarlamento ha detto duro: «La Turchia deve mantenere la parola e aprire i propri porti a Cipro, solo così può evitare grossi problemi con l’Europa». E magari fare la fine di Pimpi...