La Turchia decide se restare uno Stato laico

I musulmani chiedono che sia rispettata la volontà del popolo

nostro inviato a Istanbul

È un’elezione decisiva e paradossale per il futuro della Turchia. Decisiva perché gli elettori chiamati oggi alle urne devono decidere se confermare al potere l’Akp, il partito musulmano del Progresso e della Giustizia, spalancando la porta all’islamizzazione del Paese, o ribadire la fedeltà ai valori del padre della patria Mustafa Kamal Atatürk e dunque al nazionalismo laico.
Paradossale perché questa non è l’unica valenza del voto. In un Paese affascinante e complesso come questo ne sono possibili tante altre. Per esempio, il premier uscente Erdogan, convinto sostenitore del libero mercato, può vantare ottimi risultati economici e viene visto come un modernizzatore anche tra tanti che in moschea non vanno. L’Akp è il partito dei dollari e del Corano.
La principale forza di opposizione - i repubblicani del Chp -, è sì garante del secolarismo, ma nel contempo promuove politiche sociali e finanziarie caratterizzate da uno sciovinismo anacronistico, che raggiunge venature estreme nel movimento nazionalista del Mhp, a cui fanno riferimento storicamente i Lupi grigi, tanto per capire. Ci si può fidare di chi ha un passato caratterizzato dal fanatismo fascistoide e dalla violenza?
C’è chi vota per l’Akp di Erdogan perché è amico degli Stati Uniti e perché meglio di chiunque altro ha varato riforme in linea con i requisiti dell’Unione Europea; c’è chi invece lo boicotta perché ritiene che con le privatizzazioni abbia svenduto aziende strategiche agli stranieri, nuocendo all’interesse nazionale.
«Il problema è che il processo di democratizzazione della Turchia non è ancora compiuto», spiega al Giornale Cunyet Ulsever, brillante editorialista del quotidiano Hurriyet, il quale evidenza altre incongruità: «Gli islamici hanno ragione nel dire che la volontà democratica del popolo non è stata rispettata», riferendosi alla crisi che ha portato alle elezioni anticipate, ovvero allo strano ma indispensabile garante della Costituzione turca: l’esercito, che la scorsa primavera ha impedito l’ascesa alla presidenza della Repubblica di un leader musulmano con la moglie velata. «Ma nel contempo - osserva Ulsever - non sbaglia chi pensa che l’Akp voglia davvero trasformare la natura dello Stato, rendendolo sempre più religioso, a dispetto delle smentite ufficiali». Sarà anche capitalista, l’Akp, ma tra qualche anno la presa degli imam potrebbe essere così forte da provocare il collasso dell’unico Paese musulmano autenticamente laico. Vale davvero la pena di correre questo rischio? Il tutto sullo sfondo di un governo assai corrotto e di una povertà che resta ancora molto diffusa. Insomma, la Turchia, come sempre, è un puzzle.
Stamane 42 milioni di elettori si recheranno ai seggi, verosimilmente in massa. Il Partito della Giustizia e del progresso, che cinque anni fa ottenne il 34% dei consensi, dovrebbe restare il primo partito. Ma non è detto che possa governare. Il sistema elettorale prevede uno sbarramento al 10% e l’elezione diretta di candidati indipendenti. E allora gli scenari più probabili sono tre. Il primo: l’Akp ottiene più di 276 seggi e resta al potere da solo. Il secondo: Erdogan resta sotto questa barra ed è costretto ad allearsi con gli indipendenti. Il terzo: i repubblicani e i nazionalisti raggiungono assieme la maggioranza dei deputati e danno vita a una coalizione innaturale - tra il centro-sinistra nazionalista e l’estrema destra - in grado però di fermare la penetrazione islamica nelle istituzioni.
E siccome dopo poche settimane il Parlamento dovrà comunque eleggere il nuovo capo dello Stato, esiste una quarta possibilità, ovvero che i partiti non trovino l’accordo sul nome del presidente e dunque vengano indette elezioni politiche in autunno.
Ieri ultimi colpi della campagna: Erdogan ha tentato di rassicurare i moderati accusando il suo ex mentore Erbakan, leader del piccolo partito fondamentalista Rafah, di voler dividere il Paese tra religiosi e laici; poi ha lanciato un messaggio all’esercito minacciando l’arresto di un’attivista filocurda.
I repubblicani hanno risposto invadendo le strade delle grandi città con centinaia di furgoncini elettorali che hanno sparato dagli altoparlanti musica e slogan a tutto volume. C’era tanto rumore, ieri a Istanbul. Per nulla?