Turchia, la famiglia la uccide: stuprata a 15 anni, era incinta

Un altro «delitto d’onore» nell’Est del Paese. Dopo aver dato alla luce il bimbo, la ragazza è stata ammazzata dal fratello maggiore, che le ha sparato in mezzo alla strada

Marta Ottaviani

È stata uccisa da suo fratello perché aveva partorito un figlio fuori dal matrimonio. Naile Erdas, la vittima, aveva solo 15 anni: era rimasta incinta perché era stata violentata. È successo a Baskale, cittadina nell’Est della Turchia, vicino al confine con l’Iran e maggioranza curda. Naile aspettava un bambino e non aveva avuto il coraggio di dirlo alla sua famiglia. Che, appena lo ha scoperto, l’ha punita con la morte. Un delitto d’onore orribile, ma che sugli sterminati altipiani dell’Anatolia viene ancora commesso con agghiacciante regolarità. E a farne le spese sono sempre giovani donne innocenti.
Due settimane fa Naile si sente male: lamenta febbre e mal di testa. Viene accompagnata al pronto soccorso, paradossalmente, proprio dal suo futuro assassino, il fratello maggiore Bahri. I medici dell’Ospedale pubblico di Baskale capiscono subito che qualcosa non va, che quella ragazzina di 15 anni non ha solo mal di testa e febbre. Al Procuratore capo della regione di Van hanno raccontato che Naile era in pessime condizioni fisiche, specie se si considera che era incinta di nove mesi, per non parlare di quelle psicologiche, che erano così critiche da indurre i medici a decidere di ricoverare la ragazza senza informare la famiglia che aspettava un bambino.
Naile rimane in ospedale sette giorni prima di dare alla luce il suo piccolo, in quello che probabilmente è il momento più sereno della sua gravidanza. Lontana da quel mondo chiuso e da quei genitori a cui era stata costretta a mentire. Ma due giorni dopo la dura realtà le riappare nuovamente di fronte ed è costretta ad affrontarla. Dimessa dall’ospedale, la ragazza si dirige verso casa con in braccio il suo bambino. Sola, mentre percorre il tragitto e cerca il modo migliore per raccontare ai suoi genitori quello che le è successo. Sola, mentre pensa alla conseguenze. La prima con cui cerca di parlare è sua madre, Siti Erdas. Naile le racconta di non aver detto nulla della gravidanza perché aveva paura, che era stata violentata e non aveva fatto nulla di male e che per nascondere il suo stato aveva allargato i vestiti e cercato di comprimere il ventre il più possibile. E per ultima cosa chiede di perdonarla. La madre prende il bambino e convoca una riunione di famiglia alla quale partecipano Mehmer Erdas, padre della ragazza, lo zio materno Kerim e quello paterno, Sabri Erdas. Il verdetto è unanime: Naile deve morire. E a ucciderla dovrà essere il fratello maggiore, Bahri, che alla riunione non ha partecipato, ma che esegue l’ordine senza esitazione. La sera dopo invita la sorella a uscire di casa con la scusa di una passeggiata. Appena si trovano in mezzo alla strada tira fuori una pistola e la uccide a sangue freddo. I vicini dicono di aver sentito le urla della ragazza che ha tentato un’ultima, disperata fuga. I protagonisti di questa tragedia sono stati tutti arrestati. Barhi Erdas, come esecutore materiale del delitto, rischia l’ergastolo.
La storia di Naile, purtroppo, è simile a molte altre. Soltanto un mese fa a Gaziantep, vicino al confine con la Siria, Selahattin Sezgin, 22 anni, ha ucciso sua sorella, che di anni ne aveva 16, perché era rimasta incinta e non era sposata. L’ha presa a fucilate mentre dormiva, colpendola al petto e alla testa. Selahattin è già stato condannato all’ergastolo. Ma il problema resta. Nonostante il governo turco, con il nuovo codice penale del 2004, abbia previsto pene molto severe per chi commette reati d’onore e aperto numerose commissioni parlamentari per monitorarli, questi sono ancora molto frequenti in alcune zone, soprattutto quelle a maggioranza curda, dove le donne vivono in uno stato di totale emarginazione e i problemi legati alle azioni terroristiche del Pkk non permettono al governo di agire con efficacia. La situazione è drammatica e Bruxelles ha chiesto più volte di intervenire con forza. In Turchia ci sono molte donne che sono ammazzate dalla famiglia, ma anche altre, a decine, che vengono spinte al suicidio per rimediare alle loro colpe, quasi sempre di natura sessuale. Nel sud-est dell’Anatolia ci sono migliaia di donne che vivono a metà, quando non sono costrette a morire. Curde in maggior parte, ma anche turche. Perché l’ingiustizia non guarda in faccia nessuno.