Turchia, fumata nera per il presidente ma è battaglia sulla validità del voto

Abdullah Gül, il candidato filo-islamico, non supera il quorum

da Ankara

Fumata nera. Nonostante l'ottimismo manifestato fino all'ultimo momento, Abdullah Gül non ce l'ha fatta. Il candidato dell'Akp, il partito islamico moderato che guida il governo in Turchia, non ha raggiunto il numero legale valido per essere eletto Presidente della Repubblica. L'articolo 102 della Costituzione dice che per eleggere il Capo dello Stato nelle prime due votazioni ci vogliono i due terzi dei parlamentari presenti in aula. E visto che la matematica, anche in Turchia, non è un'opinione, i due terzi di 550 sono 367. Ieri alla Tbmm, la Grande assemblea nazionale turca, di deputati ce n'erano 361. E parecchie donne velate fra il pubblico a dimostrare ancora una volta che nel Paese qualcosa sta cambiando.
Nonostante sapesse che difficilmente avrebbe raggiunto il quorum, l'Akp ha voluto andare lo stesso al voto, motivando la scelta con il fatto che in passato altri presidenti della Repubblica non hanno raggiunto il numero legale ma sono stati eletti lo stesso alle votazioni successive. Ha dimenticato un piccolo particolare, però. Nessuno, in quei casi, aveva fatto ricorso alla Corte Costituzionale. Il Chp, il principale partito di opposizione, aveva dichiarato da tempo che, in caso di mancanza del numero del legale, si sarebbe rivolto alla Yüce Divan per fare dichiarare nulla la seduta. Per rispetto della Costituzione e perché è l'unico modo per fermare l'avanzata di un candidato con il passato da militante in due partiti islamici alla carica che fu di Mustafa Kemal Atatürk, fondatore dello Stato laico e moderno.
Ieri pomeriggio, subito dopo la votazione in Parlamento, Deniz Baykal si trovava davanti al palazzo della Corte Costituzionale per depositare la pratica. Tre giorni fa, Tulay Tugcu, coriacea e ultra laica presidentessa dell'istituzione, ha detto che il Supremo Consiglio farà di tutto per decidere entro 48 ore, ossia prima della seconda votazione, fissata per il 2 maggio. Se, come molti credono, la Yüce Divan darà ragione al Chp, allora sarà crisi istituzionale e Recep Tayyip Erdogan potrà fare solo due cose: o tornare in Parlamento o andare alle urne. Lo stesso premier ieri sera ha detto che il voto anticipato è possibile «in ogni momento».
Secondo i numeri ufficiali, ieri Abdullah Gül, ha ricevuto 357 voti favorevoli, 3 contrari e uno nullo. Ma anche su questo dato è scontro. L'Akp continua a sostenere che, in realtà, in aula ci fossero 368 persone e che quindi la votazione non sarebbe valida. I 7 parlamentari in questione sono membri del Chp che hanno avuto la malcapitata idea di affacciarsi alla porta per sbirciare come stava procedendo il voto e che hanno rischiato di venire conteggiati da un inflessibile Bulent Arinc, presidente del Parlamento turco. A gettare benzina sul fuoco, ci si è messo anche Erdogan, che visibilmente irritato, ha detto: «Si contano tutte le persone che varcano la soglia dell'aula: eravamo 368».
E non è stato l'unico momento di tensione. Il capogruppo del Chp, Kemal Anadol, che ha chiesto la parola prima che iniziasse l'appello, è stato fischiato dai deputati dell'Akp per aver letto in aula l'articolo 102 della Costituzione e aver detto: «Oggi eleggete un uomo di partito, non un presidente della Repubblica». Nel Paese, il clima è rovente. Fuori dal Parlamento decine di manifestanti si sono radunati per dire un ultimo «no» deciso a Gül prima della votazione e per urlare «la Turchia è laica e resterà laica». Domani a Istanbul è prevista un'altra grande dimostrazione contro il partito islamico-moderato al governo. Come se non bastasse, la borsa è crollata a picco e adesso molti temono conseguenze sull'economia del Paese.
Paradossalmente, ieri, il più riflessivo e all'altezza della situazione è stato proprio Abdullah Gül che, parlando con i giornalisti, ha ringraziato tutti i parlamentari e ha aggiunto: «Accetterò le decisioni prese dal Parlamento: per la democrazia turca questa è comunque una bella giornata».