Turchia nella Ue: l’ombra del fattore «R»

Massimo Introvigne

La stampa e gli ambienti governativi turchi hanno capito subito che dietro al tentativo del cancelliere austriaco di far deragliare il treno che deve portare la Turchia verso l’Europa prima ancora che il lungo viaggio inizi c’è la manina di Angela Merkel. Ma alcuni ad Ankara pensano che ci sia anche la manona del Papa. Da cardinale, Joseph Ratzinger aveva infatti espresso un'opinione negativa sull'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. Il presidente della Repubblica turco Sezer a Benedetto XVI ha fatto un piccolo sgarbo invitandolo a visitare il paese nel 2006 e non nel 2005, come il Papa - che in Turchia desidera incontrare al più presto il Patriarca Ecumenico della Chiesa ortodossa - avrebbe preferito. Ufficiosamente dai Sacri Palazzi si smentisce ogni intervento. Ed è probabile che la smentita sia rigorosamente vera: che anche qui - come nelle elezioni tedesche - un fattore R (Ratzinger, appunto) non ci sia stato.
Il Papa non ha anzitutto nessuna intenzione di farsi trascinare in beghe intra-turche: il presidente Sezer non è precisamente un amico del primo ministro Erdogan - il primo è un laicista intransigente, il secondo un pio musulmano che viene dal sufismo. E soprattutto non vuole - lo ha detto più volte - né rafforzare le teorie dello «scontro di civiltà» fra Occidente e Islam, né indebolire la posizione di chi, come Erdogan, all'interno della guerra civile in corso nel mondo islamico rappresenta la vera corrente moderata. Non solo dunque Benedetto XVI dalla Cattedra di Pietro si esprime in modo diverso - e fatalmente più istituzionale - del cardinale Ratzinger in private lezioni o interviste, ma anche quegli interventi del passato vanno letti nella loro interezza.
Nell’intervista del 2004 al Figaro Magazine di cui tanto si parla in Turchia, Ratzinger parte dalla denuncia del «laicismo ideologico», che rischia di rinchiudere la religione nel «ghetto della soggettività», rifiutando anche l'argomento secondo cui il laicismo è una reazione giustificata al fondamentalismo musulmano. Al contrario, sostiene, «il fondamentalismo è alimentato dall'accanimento laicista», e anche nel mondo islamico la risposta alla «sfida terribile del fondamentalismo» non va cercata nel laicismo ma in un «senso religioso razionale, unito alla ragione». Che è come dire che nei Paesi islamici le simpatie del futuro Pontefice andavano già nel 2004 a governi e movimenti che propongono un'interpretazione «ragionevole» dell’Islam come quello di Erdogan, cui una Chiesa che ne conosce le difficoltà non si rifiuterà forse oggi di dare una mano.
Quanto all'Europa, il futuro Benedetto XVI affermava che, se la si pensa come «continente culturale» esplicitamente radicato nell'eredità e nei valori cristiani, la Turchia non ne fa parte. Un'affermazione, da un certo punto di vista, ovvia ma che da una parte presuppone la possibilità - auspicabile, ma tutta da verificare - di ridefinire l'Europa in quella chiave culturale e religiosa che la maggioranza dei governi ha finora rifiutato, e dall'altra fotografa la Turchia del 2004 mentre quella del 2014, per non parlare del 2020, potrebbe avere pienamente accolto, e non solo nelle leggi, quei valori dell’eredità cristiana che si traducono in diritti umani di portata universale.
Solo alla fine del processo più che decennale che Turchia ed Europa cercano di avviare si potrà valutare a che punto saranno sia la Turchia sia l'auto-definizione dell'Europa. Ed è probabile che sia il secondo, per gli europei, il problema più difficile.