Turchia, prete italiano assassinato in chiesa

Marta Ottaviani

da Istanbul

È stato ammazzato mentre stava pregando. L’assassino ha gridato: «Allah-Akbar!» (Allah è grande, dal primo versetto del Corano). È morto così don Andrea Santoro, 60 anni, ucciso davanti all'altare, nella chiesa di Santa Maria a Trabzon, l'antica Trebisonda, città nella parte orientale della Turchia, dove da due anni esercitava la sua missione pastorale. E dove portava avanti il suo messaggio di tolleranza e di dialogo fra le diverse culture.
È l'ennesima vittima del fanatismo islamico, colpita alle spalle da un giovane esaltato di 16 anni, senza avere nemmeno la possibilità di accorgersi di ciò che stava accadendo. La laica Turchia, che fino a ieri aveva reagito con moderazione alla polemica sorta sulle vignette che ironizzavano sul profeta Maometto, è diventata paradossalmente il teatro del gesto più crudele compiuto in questi giorni di protesta.
L'assassinio si è consumato nel giro di pochi minuti. Secondo una prima ricostruzione, resa possibile anche dalla testimonianza di una donna che ha assistito all'omicidio e di un fedele che stava pregando, il killer, vestito con un giaccone nero, è entrato nella chiesa, dove don Andrea Santoro stava per celebrare la messa pomeridiana, poco dopo le 15,30 (le 14,30 in Italia). Solo pochi istanti. Il tempo di puntare la pistola verso quella veste bianca, urlare il nome di Allah e sparare due colpi contro quella schiena indifesa. E poi la fuga, ma l’arresto dovrebbe essere imminente.
Anche se il movente dell'omicidio sembra rientrare nell’ondata di odio contro l’Occidente dopo la pubblicazione delle contestate caricature, gli inquirenti prendono in considerazione anche altre piste come quella di una vendetta da parte della malavita organizzata, in particolare quella legata al racket della prostituzione. Ma la coincidenza temporale è troppo grossa e la comunità cristiana dell'antica Trebisonda in passato non ha mai avuto problemi di convivenza con i musulmani. E quell’«Allah-Akhbar!» urlato con rabbia prima di premere il grilletto, sembra presagire il peggio.
Il lungo cammino che don Andrea Santoro aveva iniziato dalla diocesi di Roma e che lo aveva portato prima a Urfa (vicino al confine con la Siria) e poi sulle coste del Mar Nero si è fermato drammaticamente in quella chiesa dove tutti lo amavano e che era stata costruita nell'800 per consentire ai cristiani di pregare in un luogo dignitoso. A Trebisonda, città famosa nell'antichità per la tolleranza della sua gente, don Andrea raccontava di aver trovato un terreno fertile per la sua opera di dialogo con culture diverse. La «finestra che voleva aprire sull'Islam», come gli piaceva dire, è stata chiusa drammaticamente.
Lo hanno ucciso in una città dove tutti, dai cristiani ai musulmani, stimavano il suo operato. Ma dove, secondo il vicario apostolico dell'Anatolia, Luigi Padovese, negli ultimi giorni si respirava un'aria pesante, a causa dell'ondata di sdegno per le vignette che ha investito tutti i Paesi del mondo islamico.
Le autorità turche si sono affrettate a condannare l'accaduto. Il ministro della Giustizia Cemil Çikek ha parlato di ignobile attacco contro un uomo di religione. Parole forti, ma che non bastano a cancellare il dolore ed attenuare la preoccupazione per una situazione che rischia di precipitare.
Negli ultimi due giorni Istanbul e Ankara sono state teatro di manifestazioni di protesta contro le vignette danesi. A Istanbul, nel quartiere fondamentalista di Fatih, sono stati gridati più volte slogan violenti contro l'Occidente e incitazioni alla Guerra Santa. Una reazione a scoppio ritardato, che contrasta con la moderazione dei giorni scorsi. E la Turchia non se lo può permettere.