Turchia, processo a 2 missionari: «Incitavano all’odio per l’islam»

Ex musulmani, appartengono ora a una Chiesa protestante. Un avvocato: «Terroristi». Rischiano da sei mesi a tre anni di carcere

da Istanbul

Dopo uno scrittore in odore di premio Nobel, svariati intellettuali e un giornalista che ha pagato con la vita il suo coraggio, l’avvocato ultranazionalista Kemal Kerinçsiz porta in tribunale due missionari - Turan Topal, 38 anni, e Hakan Tastan, 37 anni - cittadini turchi che si sono convertiti al cristianesimo. Oggi finiranno per la seconda volta davanti al al giudice, a Silivri, un paese a 50 chilometri da Istanbul. Sono accusati di avere violato gli articoli 135, 216 e 301 del nuovo codice penale turco. In pratica, di aver offeso l’identità nazionale e avere incitato all’odio contro l’Islam. Rischiano da sei mesi a tre anni di prigione. Con loro, solo negli ultimi 16 mesi, in Turchia sono 99 le persone finite in tribunale per motivi simili. La prima udienza del processo contro i due missionari si era tenuta lo scorso 23 novembre, ma era passata sotto tono per non creare imbarazzi al governo Erdogan a pochi giorni dall’arrivo di Papa Benedetto XVI nel Paese.
A denunciare Topal e Tastan sono stati tre ragazzi di una scuola di Silivri. Pesantissime le accuse. Gli studenti hanno raccontato che i due missionari avevano definito l’islam una religione «primitiva» e i turchi un «popolo deplorevole». Sempre secondo l’accusa, i due avrebbero incoraggiato i tre studenti a una condotta sessuale più aperta e a raccogliere fondi per cercare di convertire tutti i giovani di Silivri. In occasione della prima udienza, Kerinçsiz, parlando con alcuni giornalisti, aveva paragonato i due missionari a un’organizzazione terroristica.
Diversa la versione dei due cristiani. Dal loro interrogatorio è emerso che si erano recati a Silivri in seguito a un invito giunto da un insegnante e da alcuni liceali che avevano contattato il loro ufficio di Istanbul di corsi biblici per corrispondenza. Alcuni giornali legati alla destra hanno diffuso notizie prive di fondamento come quella secondo cui i due missionari avrebbero raccolto per conto della Taksim Protestant Church dati su 5mila abitanti della regione del Mar di Marmara. Il quotidiano Zaman, organo della destra islamica, ha anche sostenuto l’esistenza di legami fra i due cristiani e Hakan Ekinci, l’uomo che lo scorso 3 ottobre aveva dirottato un volo della Turkish Airlines affermando di essere un cristiano e obiettore di coscienza, e chiedendo aiuto al Papa per ottenere asilo politico.
Non solo. Lo scorso 11 ottobre, alle 8 del mattino, la polizia ha fatto irruzione nella casa in cui Tastan vive con la moglie e i due figli. Il mandato di perquisizione parlava di possesso abusivo di armi e illecita attività missionaria. L’unica cosa che gli agenti hanno portato via sono stati documenti, due computer e libri. I missionari hanno anche scoperto che da oltre un mese erano pedinati e intercettati.
Il portavoce dell’Alleanza delle Chiese protestanti in Turchia, Isa Karatas, ha parlato di accuse che si basano su affermazioni verbali e che non ci sono prove. In compenso non servono conferme per capire che in Turchia, dopo l’omicidio del giornalista Hrant Dink, la situazione per le persone di fede non musulmana non è tranquilla.
Ieri mattina a Samsun, sul Mar Nero e dove una settimana fa è stato arrestato il killer di Dink, una chiesa protestante è stata presa di mira a colpi di pietra. Secondo la testimonianza del pastore Mehmet Orhan Picaklar, che da tempo riceve minacce di morte via e-mail, gli aggressori hanno rotto una decina di finestre. Adesso la zona è presidiata da poliziotti in borghese.