Turchia al voto, fiaschi in serie per Erdogan

nostro inviato a Istanbul

Per la terza volta Recep Tayyiv Erdogan, primo ministro uscente e leader del partito islamico moderato, fa flop e a sei giorni dalle elezioni politiche la Turchia laica spera nella vittoria.
Ieri doveva essere il giorno di un’adunata oceanica a Istanbul; la spallata per convincere gli indecisi a ridare fiducia all’Akp, il Partito Giustizia e Sviluppo che nel Parlamento uscente aveva la maggioranza assoluta. «Porteremo in piazza almeno un milione di persone», avevano annunciato i portavoce. D’altronde le premesse sembravano propizie. Per il contesto, innanzitutto: Erdogan negli anni Novanta è stato sindaco dell’ex capitale dell’impero ottomano e il suo partito, che ancora la governa, è benvoluto dai cittadini. Poi per il clima, insolitamente mite in questa metà di luglio. Infine per i fondi, che agli islamici moderati certo non mancano: la loro è stata la campagna elettorale più ricca e fastosa, come hanno dimostrato anche ieri.
Lo spettacolo non è mancato a Zeytinburnu, il quartiere popolare che si affaccia sul mare lungo la costa europea di Istanbul, dove Erdogan ha dato appuntamento ai suoi fan. Grandi striscioni, bandiere, cartelli, musica rock sparata a tutto volume: più che sul Bosforo sembrava di essere a San Francisco durante un comizio per le presidenziali americane. E un’ora prima che il premier prendesse la parola in mare sono apparsi decine di pescherecci decorati con enormi bandiere turche e, naturalmente, i vessilli del Partito Giustizia e Sviluppo. Fede nell’Islam e fede nella patria. È il tasto su cui insiste Erdogan per tranquillizzare l’esercito, che lo accusa di voler tradire l’identità secolare della Turchia.
Ma proprio la folla non ha risposto all’appello. Altro che un milione di persone, ieri a Istanbul ce n’erano non più di cinquecentomila. E, apparentemente, non proprio rappresentativi della società civile. La maggior parte di loro erano membri del partito, convogliati sul posto per garantire la claque al primo ministro. Truppe cammellate. Sì, c’erano anche famiglie e diverse donne, la maggior parte velate; alcune addirittura in adorazione di fronte a un Erdogan che considerano un bell’uomo oltre che un bravo politico. Ma mancavano lo slancio, l’emozione, l’ingenuità tipici dei raduni autenticamente popolari.
Il problema, per il leader dell’Akp, è che questa disaffezione sta diventando ricorrente. Due giorni fa ad Ankara Erdogan ha avuto difficoltà a far riempire una piazza di dimensioni ridotte. Qualche settimana prima a Ismir era andata anche peggio. Il premier aveva indetto una marcia islamica per rispondere a quella in difesa della laicità, svoltasi qualche giorni prima e a cui avevano partecipato un milione e mezzo di manifestanti; ma al suo appello avevano risposto poche decine di migliaia di simpatizzanti e i giornali erano stati impietosi nel confrontare le immagini dei due raduni.
Questo vuol dire che l’Akp sia destinato alla sconfitta? Non necessariamente. Erdogan vanta eccellenti risultati economici, che hanno consentito alla Turchia di crescere al ritmo del 6-7% l’anno, mantenendo l’inflazione sotto controllo. Oggi la maggior parte dei turchi sta meglio rispetto a cinque anni fa, come lo stesso premier ha ricordato nel discorso di ieri pomeriggio. E questo parziale benessere gli consentirà di conquistare consensi anche oltre il bacino tradizionale dei suoi elettori, ad esempio tra i piccoli e medi imprenditori. Erdogan punta sulla continuità; i partiti laici, come quello repubblicano fondato da Atatürk o i nazionalisti dell’Mhp, invitano a far blocco contro l’islamizzazione della Turchia, finora strisciante, ma che un successo dell’Akp renderebbe palese. Prevarrà l’interesse economico o la fedeltà ai valori della nazione? È il dilemma di un’elezione cruciale non solo per i turchi.