Turci: «Nei Ds c’è ancora troppo Pci»

L’ex presidente della Lega coop: «La prassi di comando della Quercia è in continuità con la vecchia tradizione comunista»

Pierangelo Maurizio

da Roma

Allora, senatore, ha fatto arrabbiare Fassino? «La telefonata con Fassino è stata civile, senza toni surriscaldati...». Be’, non l'ha presa benissimo. «Se l'avesse presa bene avrebbe voluto dire che o mi ritengono inutile o solo un rompiscatole... Vede, il problema è un altro. Nel partito, nei Ds, per quanto sia cambiato il modo di far politica, nella prassi di comando si continua ad andare avanti per logiche di fedeltà e di cooptazione. Sì, in questo c'è un elemento di continuità con la tradizione comunista. E io pur avendo ricoperto incarichi di rilievo ritengo di aver pagato prezzi non giustificati alla mia battaglia politica».
Lanfranco Turci, 66 anni, di Campogalliano (Modena), iscritto al Pci da quando ne aveva 16, ha sbattuto la porta. Consigliere regionale in Emilia Romagna dal 1970, presidente della Regione, capo della Legacoop dall'87 al '92, quattro volte parlamentare nelle file pds e poi ds, esponente di spicco dell'ala migliorista, è un pezzo di storia. Il Botteghino non lo ha rimesso in lista per eccesso di legislature alle spalle e lui scende in campo con la Rosa nel pugno. A 48 ore di distanza da quando la notizia della sua candidatura è diventata ufficiale, il tono è pacato ma le parole sono sferzanti.
Le hanno dato del traditore?
«Qua e là, ma non sto parlando dei vertici del partito. Chiti che pure ha contestato duramente le mie argomentazioni ha detto che non si può applicare alla mia scelta categorie come quella di traditore...».
Un passo avanti rispetto alla tradizione.
«Direi di sì, almeno in questo».
Che cosa le rinfacciano i suoi detrattori?
«Secondo qualcuno cercherei un posto sicuro. Ma pensare che io lo cerchi con la pattuglia radicale è un'offesa all'intelligenza».
Chi gliel'ha fatto fare: aveva già un posto sicuro, in caso di vittoria del centrosinistra, nel governo Prodi?
«Fassino mi aveva proposto un incarico nel governo, e lo ha confermato. Ma chi mi conosce bene non mi fa questa domanda».
Perché?
«Perché sa che sono uno spirito libero. Da sempre. Da quando in prima liceo mi iscrissi al Pci. Sono stato un riformista ante litteram, quando questo termine era un marchio sanguinante. Ho fatto la battaglia per il maggioritario quando non era di moda nel partito. Ho combattuto contro la scala mobile considerata un'icona... Tutte scelte che sono state giudicate valide dopo, salvo il fatto che secondo la migliore tradizione avere ragione in anticipo è come avere torto sempre».
Quindi?
«Penso di avere pagato prezzi non giustificati per non essermi affiancato alle cordate vincenti o per non essere stato fedele a questo o quel personaggio».
Quando è entrato in rotta di collisione?
«Dopo il referendum sulla procreazione assistita sui temi della laicità e della cultura liberale è scesa una cortina di silenzio».
Vuol dire che nonostante l'addio al centralismo democratico nel partito si discute poco?
«No, no. Il dibattito c'è. Ma il metodo con cui si decide è sempre quello. In continuità con la tradizione comunista».
Vannino Chiti l'ha bacchettata aspramente. Che cosa risponde?
«Che le tante telefonate di militanti che mi sono arrivate mi confermano nelle mie valutazioni e nella mia scelta».
La Velina rossa ha scritto che lei è in preda a «crisi spirituali».
«Parole che mi hanno fatto un effetto sgradevole. La mia è una battaglia politica che ho condotto apertamente nei Ds. Sfido chiunque a dire che agito ora questi temi in modo strumentale».
I Ds sono succubi di Rutelli?
«Non voglio personalizzare. Finiamo per ingigantire la sua figura. Vedo che i Ds non hanno iniziativa. Vedo invece che l'iniziativa a volte spregiudicata e comunque dinamica ce l'ha la leadership della Margherita, perfino nelle candidature. Considero ad esempio una provocazione la candidatura della professoressa Binetti, presidente del Comitato Scienza e vita che sotto la guida della Cei ha organizzato l'astensione al referendum».
E poi?
«Trovo che sia una sconfitta che l'Unione abbia rimosso persino il confronto sulla legge 40, quella sulla fecondazione assistita. Sui Pacs si fa fatica addirittura a usare la parola. Ricordo che in Spagna i Pacs li ha fatti Aznar, non quel mangiapreti di Zapatero».
Oltre a lei, al professor Biagio De Giovanni, all'ex deputato-operaio Salvatore Buglio, altri ds sono in arrivo nella Rosa nel pugno?
«Non lo so. Quello che mi aspetto comunque è che nell'elettorato ci sia attenzione verso la Rosa nel pugno».
pierangelo.maurizio@alice.it