La Turco non riesce a dimettersi L’Unione: caso politico in Senato

Massimiliano Lussana

da Roma

L’aria che tira, si capisce già in mattinata. Il colpo d’occhio vale un editoriale: quando il Guardasigilli Clemente Mastella sente che all’ordine del giorno ci sono le dimissioni dal Senato di due suoi colleghi, fra cui il ministro della Salute Livia Turco, vota regolarmente. Poi, però, saluta anzitempo la compagnia e se ne va. Ovviamente, saranno stati improrogabili impegni ministeriali. Ovviamente, Mastella non c’entra nulla, visto che lui è dall’inizio della legislatura che ha in mano una deroga ad personam firmata da Romano Prodi per essere contemporaneamente senatore e ministro.
Ma l’immagine è comunque significativa. Perché Mastella è evocato dagli interventi del presidente dei senatori di An Altero Matteoli e della vicecapogruppo azzurra Elisabetta Alberti Casellati per annunciare pubblicamente in aula il voto contrario dei loro gruppi alle dimissioni di Livia Turco. Al loro «no» si aggiunge poi quello di una manciata di senatori dell’Unione. E, per la terza volta, il vicepresidente di turno, il leghista Roberto Calderoli, annuncia: «Il Senato non approva». Poi, Calderoli maramaldeggia: «Così come ho avuto modo di rammaricarmi del fatto che il senatore Malabarba ci lascia, in questo caso, nella mia veste di garanzia e tutela del Senato, che viene prima di ogni altra cosa, esprimo la mia soddisfazione perché la senatrice Turco resta».
Ad essere infuriati, invece, sono la gran parte dei senatori dell’Unione e la stessa Turco, che per la terza volta non riesce a dire addio al Senato, come vorrebbe lei. E come vorrebbe soprattutto Prodi, che ha troppa necessità dei voti di ogni singolo senatore per potersi permettere assenze, magari per impegni istituzionali, come quelli connaturati all’attività ministeriale.
Questa è una storia che va molto al di là delle dimissioni di un senatore. Questa è l’ennesima Caporetto dell’Unione a Palazzo Madama, come ammette la stessa presidente del gruppo unico dell’Ulivo a Palazzo Madama Anna Finocchiaro, che ha un diavolo per capello: «Mi pare necessario prendere atto di un problema politico interno all’Unione».
Anche perché il «no» alle dimissioni della Turco è aggravato da due ulteriori considerazioni: in primo luogo le dimensioni del voto. I contrari sono stati 146, a fronte di 142 favorevoli e 6 astenuti. Ma, nella votazione immediatamente precedente, relativa al decreto sull’Iva, la maggioranza dell’Unione era stata compatta come una falange oplitica e aveva dato 14 voti di scarto all’opposizione: 152 a 138. Quindi, il passaggio da +14 a -4, può spiegarsi soltanto con la proliferazione dei franchi tiratori. Invogliati dal voto segreto previsto per la pronuncia dell’aula sulle dimissioni di un suo rappresentante.
In secondo luogo, a dimostrazione che il voto è tutto politico, c’è il fatto che ieri mattina l’aula di Palazzo Madama ha invece accettato le dimissioni del senatore di Rifondazione Gigi Malabarba, che le aveva presentate per motivi personali e - dopo essersele viste respingere per due volte - ha avuto 186 voti a favore e 106 contrari, dando il via libera all’ingresso in Senato di Haidi Giuliani, la madre del militante no global morto negli scontri del G8 genovese a cui Rifondazione ha intitolato ieri gli uffici di presidenza del proprio gruppo.
Quindi, la bocciatura della Turco è tutta politica. E già si è scatenata la caccia ai franchi tiratori. Da cercare non solo, ma anche, fra i sottosegretari a cui Prodi ha chiesto di dimettersi. A taccuini chiusi e microfoni spenti, erano in molti gli esponenti della maggioranza che ieri spiegavano serafici: «Ma perché mai dovremmo rinunciare a un posto sicuro in Senato, per optare per uno in un governo che rischia di durare solo poche settimane?».
La risposta alla domanda sta tutta in quelle quattro parole di Calderoli: «Il Senato non approva». Livia Turco resta senatore.