Turigliatto cacciato dal Prc: "Il governo sta per crollare"

Bufera dentro il partito di Bertinotti. Il senatore dissidente: "Questa scelta mi fa male. Milito dal 1965, pensavo che le espulsioni fossero passate di moda"

Roma - Poche parole, e subito arriva la notizia che era nell’aria: «Mi hanno comunicato che sono stato espulso dal partito». Sì, alla fine il verdetto è arrivato, anche se dissimulato dietro quel meraviglioso eufemismo: allontanato invece che espulso. Eppure, malgrado la sua durezza era un verdetto atteso, anche dal diretto interessato.
Così Franco Turigliatto, «l’uomo in meno» di Rifondazione, il compagno dissidente che con il suo niet ha fatto impazzire Franco Giordano, ieri ha organizzato una conferenza stampa nella sala stampa di Montecitorio insieme ai suoi compagni di Sinistra Critica per spiegare che lui non abbandona la sua battaglia politica. E che considera la propria espulsione da Rifondazione il segno di uno smottamento a destra che riguarda non solo la sua persona, ma tutta la coalizione: «Ringrazio per la solidarietà ricevuta ma questa scelta mi fa male. Faccio militanza dal 1965, l’essere espulso da Rifondazione mi addolora, pensavo che queste decisioni fossero passate di moda. Ricordo che per Costituzione un parlamentare non è sottoposto a nessun vincolo di mandato».
Spiega il senatore antagonista: «Dopo il voto in cui Prodi è andato in minoranza hanno criminalizzato me e Fernando Rossi, il deputato che ha abbandonato il Pdci per dire no alla fiducia, per nascondere la debolezza sociale del governo. C’è un problema di democrazia parlamentare se il nostro ruolo è solo quello di schiacciare un bottone e se non c’è libertà di coscienza». E poi, con un pronostico che non deve essere suonato troppo tranquillizzante per Prodi: «Alla fine - osserva il senatore trotzkista - il governo cadrà perché ha segato il ramo su cui è seduto visto che il suo elettorato non lo voterà più. Il governo sta aprendo la strada al populismo della destra». Come valuta il provvedimento della Commissione di garanzia? «Un segnale di grandissima debolezza politica. Io non so come possa essere preso dagli elettori di Rifondazione, che certo non mi considerano un traditore. Il provvedimento è frutto solo delle logiche di vertice».
Il senatore piemontese, in realtà, nella sua conferenza stampa alterna diversi registri. A tratti drastico, a tratti battagliero, a tratti disincantato: «Se dovessi ricevere pressioni sull’Afghanistan - avverte poi con una punta di ironia caustica - me ne resto nella mia città a zappare la terra... Queste sono le cose che mi rasserenano l’anima».
Insomma, il giorno della fiducia a Palazzo Madama aveva annunciato «un sì e tre no», adesso il sì si è già volatilizzato nel nulla, e i no potrebbero anche moltiplicarsi, o tramutarsi in una resistenza passiva. Un bel guaio per la mggioranza, che al Senato avrebbe ancora bisogno di lui. Ma il nodo della pace e della guerra per Turigliatto resta il vero discrimine, l’origine del suo disagio politico: «Si doveva far prevalere la forza del movimento - spiega - ed invece non è stato fatto. Come si poteva pensare - si chiede il dissidente - che la mediazione potesse essere quella di non far parlare D’Alema di Vicenza?». Ma se gli chiedono se reputa di aver fatto «un gesto eroico», l’uomo simbolo di Sinistra critica abbassa di nuovo i toni, si fa quasi minimale, e spiega che il suo no all’informativa di D’Alema è «stato solo il frutto di un’operazione verità. Mi sono solo guadagnato il diritto di dire no alla guerra». Poi, in serata, il ritorno a casa, dopo giorni di terrificante sovraesposizione mediatica. Il suo telefono continua a trillare in continuazione, tutti vogliono intervistarlo, e lui ad un certo punto chiede tregua al cronista e si concede un momento di debolezza: «Ho il telefono scarico, sono fuso... non vedo l’ora di tornare a casa e mettere la parola fine a questa brutta giornata».