Turigliatto dice sì, ma annuncia tre no

Roma - È nato dunque, il Prodi riciclato, che si potrebbe anche definire, con una punta di malizia, il governo Follini-Turigliatto. Ed è nata, con questo governo, una nuova figura parlamentare, la sfiducia post-datata, riassumibile nella sintesi filosofica enunciata nell’intervento in Aula dal suo padre putativo, che poi è lo stesso senatore (ex) di Rifondazione: oggi ti voto, domani no.
Il «Turigliattismo», infatti, è uno dei tanti paradossi di questo dibattito: l’intervento più feroce e atteso della giornata - infatti - illustrava un sì, ed annunciava tre no. Ovviamente insieme alle sofferte dichiarazioni di voto di Turigliatto e degli altri dissidenti, cresce anche la loro fama. Marco Follini non riceve insulti, ma una critica della signora Storace (affidata al marito Francesco) per aver citato il suo libro preferito, l’Ombra del vento di Carlos Ruiz Zafon. Mentre l’altro ribelle di sinistra, l’ex «piddicino» Fernando Rossi ha fatto esplodere la leadership del suo nuovo partito, quello dei Consumatori. E da due giorni nel Transatlantico di Palazzo Madama, fa la sua bella figura Bruno De Vita, che di quel movimento è leader, ultimo acquisto dei vertici di maggioranza: «Mi hanno invitato anche a Caserta. Nel punto tre del programma di Prodi si fa riferimento proprio a noi!». De Vita possiede un piccolo network di tv private, che fanno perno intorno alla romana TeleAmbiente, ne ha viste di tutti i colori, ha iniziato con Democrazia proletaria, ha lavorato con Bossi, poi ha fatto un’alleanza con Verdi e Pdci, ed è da un quarto di secolo l’azzeccagarbugli più furbo dei gruppi parlamentari del Senato.
Ma è Turigliatto, nel suo piccolo, quello che è diventato il vero fenomeno mediatico: al punto che i capannelli, intorno a lui di questi tempi, crescono come il prezzo del pane al mercato nero in tempo di guerra. Da quando ha ricevuto la solidarietà di Ken Loach e dei trotzkisti francesi (corrente di Alain Krivine), alla pattuglia dei giornalisti italiani si sono aggiunti anche i corrispondenti esteri. Persino Turigliatto cambia, insieme al mondo intorno a lui, ed infatti adesso le parole escono dalla sua bocca sempre più lente, e sempre più soppesate. Ieri, per esempio, quando ha parlato in Aula non volava una mosca. L’inizio è stato teatrale e seriosissimo: «Signor presidente del Consiglio, io non farò il capro espiatorio della crisi del suo governo». Poi, ancora più netto: «E’ lei che ha voltato le spalle al popolo di Vicenza, rispondendo invece alle istanze di Confindustria e del Vaticano».». E poi, illustrando tutti i limiti della sua sfiducia a tempo: «Dico un sì e alcuni no, la mia fiducia equivale ad un appoggio esterno». E si capisce che gli costa così tanto, quel primo assenso, al punto che lo annacqua subito nel dissenso annunciato, come uno che tira un sospiro di sollievo dopo essersi tolto un dente cariato: «Sono pronto a votare la fiducia ma non la Tav, la guerra in Afghanistan e la controriforma delle pensioni».
Il timer del più irriducibile dei trotzkisti, insomma, ha già iniziato il suo conto alla rovescia.
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