TURING Di corsa verso il computer

David Leavitt celebra il grande matematico «padre» delle scienze informatiche

Ho scoperto per la prima volta Alan Turing alla fine degli anni ’80, quando lessi, o sarebbe più appropriato dire «iniziai a leggere», la magistrale biografia di questo grande filosofo e scienziato del computer scritta da Andrew Hodges. \ A un certo punto il calcolo matematico della ipotetica a-machine di Turing (più comunemente conosciuta come «Macchina di Turing») ebbe la meglio e dovetti arrendermi.
Ero poco più che ventenne allora, la stessa età che aveva Turing nel momento in cui riposi la sua vita su uno scaffale. Come lui, ero omosessuale; come lui, ero spinto a creare e ossessionato dal desiderio d’amore che sembrava venire perennemente frustrato, in parte perché, come lui, ero eccessivamente prosaico. \ Benché sapessi che aveva altri anni di vita davanti a sé e grandi scoperte, eroismi, umiliazioni e una tragica morte, pensai sempre a lui come al giovane uomo dagli occhi indagatori ritratto nelle fotografie scattate a metà degli anni ’30; e non come all’uomo fotografato nei primi anni ’50, tormentato dal suo governo, nei cui occhi si scorgeva la sconfitta, il fatalismo e una tragica conoscenza.
Turing entrò nuovamente nella mia vita nel 2001, quando avevo da poco superato i quarant’anni. James Atlas, un vecchio amico ed editore della Atlas Books, mi chiese se volevo scrivere un libricino su Turing e sulle sue ricerche sul computer per una collana che stava per andare in stampa, dal titolo «Grandi scoperte». Il libro non doveva essere una biografia, quanto un racconto del modo in cui Turing era giunto a fare la sua grande scoperta: quella del computer. Dissi che avrei tenuto in considerazione la richiesta e, per prepararmi, ripresi in mano la biografia di Hodges. Anche questa volta il calcolo matematico ebbe la meglio. Ciononostante arrancai: attraverso il lavoro di decrittazione di Turing a Bletchley Park (sede dell’unità principale per la decodificazione di messaggi e codici segreti, ndr) durante la Seconda guerra mondiale; attraverso il suo coinvolgimento nella costruzione della macchina Madam («Manchester automatic digital machine»); attraverso il testo del suo scritto più famoso e controverso, nel quale postulò l’idea di una «macchina pensante». Quando arrivai alla terribile fine della sua vita, avevamo ancora una volta più o meno la stessa età. Io ero vivo. Lui si era, apparentemente, ucciso dando un morso a una mela imbevuta di cianuro, un omaggio alla versione firmata da Disney di Biancaneve e i sette nani, il suo film preferito.
Il mio identificarmi con lui divenne ancora più forte, strano e misterioso quando scoprii che eravamo nati lo stesso giorno (va detto, per la precisione, che anche Alfred Kinsey era nato il 23 giugno).
Mi sentivo preparato ad affrontare la vita di Turing. Il suo lavoro mi intimidiva. Non ero mai stato un brillante studente di matematica. Ora ero posto di fronte al compito monumentale di dover apprendere le basi della logica matematica, senza le quali non sarei mai riuscito a dare un senso al lavoro di Turing. Né Turing mi facilitò le cose in alcun modo. Come aveva osservato il suo insegnante Max Newman, «la sua decisa propensione a ricavare ogni cosa risalendo ai principi primi invece di prendere in prestito da altri... aveva conferito freschezza e indipendenza al suo lavoro, ma indubbiamente lo aveva anche rallentato e lo aveva reso, di conseguenza, un autore di difficile lettura». Ciononostante perseverai e, mentre acquisivo gradualmente i rudimenti della sua disciplina, afferravo al contempo la sorprendente originalità delle sue idee, per non dire della vastità delle loro implicazioni. \
All’inizio della sua carriera studentesca a Cambridge, \ seguì un corso di Max Newman \ sulle basi della matematica. Un giorno Newman stava tenendo una lezione sulla topologia, il ramo della matematica che si occupa della formalizzazione di concetti quali connessione, convergenza e continuità e gli capitò di menzionare il cosiddetto Entscheidungsproblem, un problema irrisolto di logica che definì, con una certa approssimazione, come la possibilità di trovare un «processo meccanico» per testare la validità di qualunque asserzione matematica. Turing decise di provare a risolvere l’Entscheidungsproblem e, nella ricerca di un mezzo per farlo, conservò ben vivo nella mente il termine «meccanico». E cosa implicava il termine «meccanico» nell’Inghilterra industriale degli anni ’30 del secolo scorso? Implicava una macchina. Un anno dopo, quando Turing pubblicò il suo famoso saggio in cui confutava l’Entscheidungsproblem, non solo mise al centro delle sue argomentazioni l’idea di una «macchina universale», una macchina in grado di replicare qualunque algoritmo programmato al suo interno, ma dimostrò che una tale macchina avrebbe dovuto esistere. Sembra improbabile che all’epoca Turing immaginasse che stava inventando il computer. \
Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, Turing era perplesso su cosa dovesse fare. Aveva passato gli anni di guerra a progettare, costruire e supervisionare il funzionamento di una macchina capace di violare il codice tedesco Enigma, e, così facendo, contribuì significativamente alla vittoria degli alleati. Ora, tuttavia, era costretto a mantenere il suo segreto di guerra. Nessuno sapeva che era un eroe. Per cui tornò alla sua prima grande passione, e a occuparsi delle proprie riflessioni sulle macchine. In modo specifico, si mise a riflettere sulla complicata questione se si potesse dire che una macchina «pensa». Esisteva un mezzo per distinguere il calcolo meccanico dal pensiero vero e proprio? Allo scopo di indagare quel problema, Turing ideò un «gioco» a cui partecipavano tre persone. Un uomo (A), una donna (B) e un interrogante (C) che avrebbe potuto non appartenere né all’uno né all’altro sesso. L’interrogante si trova in una stanza separata dagli altri due. Per l’interrogante l’oggetto del gioco consiste nel determinare chi degli altri due sia un uomo e chi una donna...
... Per evitare che il tono di voce aiutasse l’interrogante, le risposte avrebbero dovuto essere scritte o, ancor meglio, scritte a macchina...
Poniamo ora la domanda «Che cosa accadrebbe se una macchina sostituisse A in questo gioco?». L’interrogante sarà sviato come lo è quando il gioco si svolge tra un uomo e una donna? Lasciando da parte, per un attimo, le implicazioni sessuali del gioco di Turing, possiamo scorgervi ancora una volta la sua ingegnosa prosaicità al lavoro. Per Turing, se una macchina può convincere un essere umano di saper pensare, allora sta pensando. Il comportamento è identità. Obiezioni religiose o metafisiche (per esempio, la questione se, allo scopo di pensare, un’entità debba sapere che sta pensando, debba essere cosciente di se stessa) non lo preoccupano per niente. \
Sono passati diversi anni da quando ho scritto L’uomo che sapeva troppo. Ho 45 anni, tre più di quanti ne avesse Turing quando morì. Penso spesso a lui. Specialmente nel giorno del nostro comune compleanno; mi chiedo quale strano caso del destino lo abbia fatto nascere quando e dove è nato. Visto che se fosse nato prima, o dopo, il mondo potrebbe essere molto diverso oggi. Non avrei potuto scrivere questo pezzo con un computer. Forse gli Alleati sarebbero stati sconfitti nella Seconda guerra mondiale, nel qual caso avrei potuto nascere in un mondo radicalmente diverso, o (visto che la mia famiglia è ebrea) non nascere affatto. D’altra parte, Alan Turing avrebbe probabilmente vissuto la sua vita per intero.
La sua morte è emblematica delle atroci conseguenze a cui possono condurre il sospetto irrazionale e il pregiudizio. Tuttavia, ritengo un errore considerarlo un martire, poiché non ha mai pensato alla sua vita come a una missione che prevedeva il sacrificio di se stesso. Al contrario, desiderava solo vivere senza paura, fare il proprio lavoro, trovare l’amore: non chiedeva molto; eppure per questi desideri è morto. \