TUROW «Il coraggio di dire sì alla guerra»

Lo scrittore americano esce dai confini del legal thriller. In «Eroi normali» affronta il secondo conflitto mondiale

Scott Turow è riuscito in un’impresa titanica. Ha portato il legal thriller fuori dai tribunali americani e lo ha trasferito su un campo che definire minato è, più che un eufemismo, una banalità. Il suo nuovo romanzo (da oggi nelle librerie con il titolo Eroi normali, Mondadori) è infatti ambientato sul fronte europeo della seconda guerra mondiale. Il protagonista, manco a dirlo, è un avvocato. David Dubin fa parte del Jag (Judge Advocate General’s corps) i cui ufficiali seguivano l’avanzata del generale Patton sul fronte francese con il compito di istruire i processi di Corte Marziale. Dubin però ha una missione ancor più difficile: arrestare per tradimento un alto ufficiale le cui eroiche imprese tra le truppe del fronte sono già una leggenda.
C’è ancora un avvocato come protagonista. Però il libro affronta temi forti come il rapporto padri-figli, l’Olocausto e la seconda guerra mondiale. Si sente maturo per uscire dal recinto del romanzo di genere?
«All’inizio ero convinto di aver scritto un legal thriller. Ciò che mi premeva era raccontare il lavoro della Corte Marziale. Così evidentemente non è stato. Non mi sento, però, condizionato dalle “regole” del genere. E il mio prossimo libro potrebbe ancora essere dedicato a una vicenda giudiziaria».
«La legge - sentenzia il protagonista - è un tentativo di conferire ragione e dignità alla nostra vita». Lei pensa la stessa cosa della letteratura?
«La principale funzione della letteratura è di approfondire la nostra comprensione morale. In realtà amplifica la nostra capacità naturale di immaginarci cosa possa significare essere un’altra persona».
Il figlio del protagonista dice no alla guerra del Vietnam e anche l’ex capitano Dubin si oppone a questo nuovo conflitto, che non ha secondo lui valide giustificazioni morali. E le guerre di oggi, dopo l’11 settembre, come vanno prese?
«Ero favorevole alla guerra in Afghanistan. Visto il mio mestiere, ho imparato che quando qualcuno ti attacca è inutile chiedergli gentilmente di non farlo mai più. L’idea di far cadere il governo dei talebani e di cercare i responsabili di Al Qaida giustificava pienamente la campagna militare. Questo discorso non vale invece per la ridicola guerra che ora si combatte in Irak».
Il no alla guerra del singolo ha senso nella nostra società?
«Personalmente ho detto no al Vietnam. Non volevo morire laggiù. Ho reagito come fece Mohammed Alì affermando “Questi vietcong non mi hanno fatto nulla”. Certo è che dietro queste risposte c’è l’urgenza dell’interesse personale. Ecco perché nel mio libro non si boccia tout court la guerra. Dopo l’11 settembre sarei stato disposto ad arruolarmi».
Questo libro nasce da quel terrore e quell’indignazione?
«Lo avrei scritto lo stesso. L’idea del libro nasce dopo la morte di mio padre, che era stato ufficiale medico sul fronte europeo. L’idea forte che c’è dietro il libro è quella di raccontare gli effetti che quella guerra ha avuto sui figli dei militari americani che l’hanno combattuta».
Durante la visita in un campo di concentramento il protagonista confessa: «La crudeltà è la legge dell’universo». Condivide questa visione?
«È una visione accettabile soprattutto dopo l’11 settembre. Hanno usato aerei di linea per uccidere migliaia di persone. Un domani qualche pazzo potrebbe ricorrere a ordigni nucleari per lo stesso scopo».
Il libro è dedicato agli eroi «normali». Il personaggio più affascinante e più sfuggente del libro è però Robert Martin, l’ufficiale dell’Intelligence accusato di tradimento. Si è ispirato a qualche modello?
«Ha qualcosa dei personaggi di Dostoevskij perché Martin combatte in realtà la sua guerra personale. Crede di sapere cosa sia giusto ed è disposto a morire per i suoi valori morali».
E gli «eroi normali» di oggi chi sono?
«Per esempio i pompieri e poliziotti morti sotto le macerie delle Twin Towers. Avendo lavorato a lungo sui casi dei condannati a morte ho capito che la vita è un bene assolutamente irrinunciabile. E sacrificarla per un’idea o un valore è davvero un gesto da eroi».
Come mai uno scrittore che vende milioni di copie dei suoi romanzi continua a fare un altro mestiere?
«Continuerò a fare l’avvocato perché mi dà il modo di conoscere aspetti sempre inediti della realtà umana. Cosa che la letteratura non sempre riesce a fare».