Turturro narra le favole di Calvino

John Turturro l’ha ripetuto tutte le volte che ha incontrato pubblico e stampa: prima di vederle a teatro, le fiabe andrebbero lette. Lui per esempio Fiabe italiane, il volume curato da Italo Calvino nella prima metà degli anni Cinquanta, l’ha ricevuto in dono dalla moglie Katherine Borowitz, quando ancora erano fidanzati, l’ha letto d’un fiato e ci è tornato sopra più volte, meditando sul da farsi. Sino a decidere di trarne uno spettacolo che, dopo essere stato a gennaio al Carignano di Torino, giunge domani allo Strehler, dove rimarrà in cartellone fino a domenica.
Turturro ha dovuto ovviamente selezionare il materiale raccolto da Calvino nel suo libro (ripubblicato da poco negli Oscar Mondadori): ha quindi puntato su classici come Ari-ari, ciuco mio, butta danari e Il principe granchio, I due fratelli nella versione di Basile e La pupidda in quella di Pitrè. Nel lavoro di selezione e montaggio dei testi ha coinvolto la moglie e due stretti collaboratori, Carl Capotorto e Max Casella, insieme ai quali non ha soltanto adattato le storie al palcoscenico, ma le ha anche intrecciate in un’unica sessione teatrale. Ne è nato uno spettacolo in cui i personaggi di una novella si incontrano (e talvolta scontrano) con quelli di un’altra, all’interno di un’unica trama affollata di bambini distratti e un po’ pasticcioni, orchi, vecchie orripilanti, fate sotto mentite spoglie e immancabili principesse. Tutto l’armamentario tipico della letteratura, senza perdere di vista le indicazioni fornite a suo tempo da Calvino quando, rivolgendosi ai lettori, rammentava che le favole in fondo non sono poi così fantastiche: sono anzi «vere» in quanto propongono «una spiegazione generale della vita» e descrivono «il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna».
Turturro dimostra di condividere questa dichiarazione di autenticità sottoscritta dall’inventore delle Cosmicomiche, quando afferma di trovare «irresistibili la parsimonia e la bellezza delle fiabe»: «sono storie piene di grazia e al tempo stesso umili; specchio di un’Italia senza confini, continente più che nazione; espressione di una realtà dura e poverissima; cercano di ridare speranza a chi non ne ha, rendendo la loro esistenza più sopportabile». Questa lettura per certi versi neorealista ha spinto l’interprete preferito da Spike Lee e dai fratelli Cohen a ideare insieme a Carmelo Giammello una scenografia visionaria ma non ingombrante, a optare per la brava (e dal gusto essenziale) Daniela Dal Cin (membro storico dei «Marcido Marcidorjs», gruppo di punta della scena torinese di ricerca) come trovarobe e costumista, ad avvalersi della musica dal vivo dei ragazzi della Paranza del Greco.
Turturro è un navigato uomo di spettacolo che, in qualità di regista, può vantarsi di aver girato nel 2005 un bel film come Romance and Cigarettes o di aver messo in scena, l’anno successivo, una versione tutto sommato riuscita di Questi fantasmi che ha girato per l’Italia e gli Stati Uniti. Al suo debutto torinese, Fiabe italiane non ha però convinto la critica che gli ha rimproverato di aver reso troppo intricato (ma anche un po’ edulcorato) il racconto, sino al punto di eclissarne i capisaldi. Già Calvino d’altra parte avvertiva della «natura tentacolare e aracnoidea» delle fiabe, confessando di aver rischiato più volte di rimanere impigliato nella loro ragnatela. Ovviamente dello spettacolo in scena al Piccolo deciderà il pubblico, al quale converrà forse accogliere l’invito formulato dallo stesso Turturro: prima di andarle a vedere a teatro, le fiabe sarebbe opportuno leggerle. Spettatore avvisato...