Tutt’altro che odioso, il nostro colonialismo

Mia moglie è nata e vissuta per anni a Tripoli. Nel 1964 tornai là con mia suocera per vendere delle proprietà. Fummo accolti da amici libici che allietarono la nostra permanenza nella Tripoli di re Idriss. La nonna di mia moglie fu sepolta nel cimitero locale. Visitammo una Concessione agricola. Dietro alla scrivania del direttore, un ritratto di Mussolini. «Grande uomo il vostro duce». Cinque anni dopo, con Gheddafi, esproprio delle proprietà degli italiani rimasti e distruzione del cimitero. Poi gli odiosi colonialisti siamo noi.



Di testimonianze come la sua ne potremmo pubblicare a decine, caro Fiordelisi. Molti infatti sono i lettori che ebbero direttamente o seppero per bocca di genitori o nonni, cosa significò e cosa fu la nostra presenza in Africa. Ripeto: nessuno nega che nel corso dei conflitti coloniali ci furono - da entrambi gli schieramenti - eccessi e anche atrocità. Ma arrivare a definire «odiosi colonialisti» che si facevano strada a forza di gas iprite gl’italiani che laggiù risiedettero, lavorarono, risanarono e insegnarono mi pare una scemenza dettata dalla cecità ideologica. Di come stessero le cose ne ebbi anch’io conoscenza attraverso i racconti di mio padre, per qualche tempo assegnato all’Istituto italiano di cultura di Gimma, nel Galla e Sidama, ruolo nel quale, anche volendo, difficilmente avrebbe potuto assumere atteggiamenti da «odioso colonialista». Altri fatti, riferiti questa volta alle operazioni militari de1 1934-35, me li narrò Indro Montanelli che partì volontario - «come tutta la gioventù che aveva in corpo qualcosa», sono parole sue - per l’Eritrea dove fu posto al comando di una compagnia indigena, gli ascari, che presero a chiamarlo Deitana, qualcosa di simile a «buon padre». E non si chiama così un «odioso colonialista». La verità è che non lasciammo laggiù un cattivo ricordo, fatto questo che nessuno storico vero o d’accatto può smentire. Ho già accennato alla decisione dell’Onu di affidare all’Italia, nel 1950, l’Amministrazione fiduciaria della Somalia, incarico che se i somali ci avessero giudicati «odiosi colonialisti» sarebbe toccato ad altri. Come lei ricorda, caro Fiordelisi, nonostante Graziani, i rapporti fra gl’italiani e i libici (e fra lo stesso re Idriss e il nostro governo) restarono eccellenti. Buoni rapporti intrattenne con l’Italia anche Hailé Sellassié, il Negus. Le cose cambiarono, in Libia, in Eritrea e in Somalia, quando i golpe portarono al potere Gheddafi e Menghistu e il Corno d’Africa precipitò in quella guerra civile - o meglio tribale - tuttora in corso. Non ci si può nemmeno accusare d’aver praticato un colonialismo di rapina: ultimi arrivati nella corsa al «posto al sole», trovammo ciò che le altre potenze avevano scartato: allorché vi mise piede l’«Italietta» di Giolitti, la Libia era davvero un improduttivo «scatolone di sabbia». In quanto all’Africa orientale italiana, l’unica «rapina» che ci si può addebitare è quella dell’obelisco di Axum, per altro bruttissimo, tornato recentemente al suo posto per la gioia nostra e della popolazione del Tigrè. Più che rapinare, più che sfruttare, facemmo, costruimmo. Infrastrutture, strade (ora Gheddafi la vuole a quattro corsie, ma la litoranea libica che partendo dal confine tunisino raggiunge quello egiziano gliela costruimmo già negli anni Trenta: non so come si chiami oggi, ma allora era detta via Balbia, dal nome del governatore Italo Balbo), edifici pubblici, ospedali, scuole. Quando non intere città. Tutta roba che sta ancora lì, in piedi, a testimonianza di quanto il nostro colonialismo fosse «odioso».
Paolo Granzotto