«Tutta colpa di un cretino Non mi vedranno mai più»

Claudio De Carli

nostro inviato ad Ascoli

Un razzo da segnalazione nautica partito dalla curva dove erano assiepati i tifosi dell’Ascoli che completa la sua traiettoria in quella sampdoriana, fa precipitare nuovamente il nostro calcio nel caos. Una signora di Fano, Ambretta Piergiovanni di 57 anni, è stata ricoverata nell’ospedale Mazzoni di Ascoli con una prima prognosi che parla di lesione al bulbo oculare, poi di ferita non grave al sopracciglio: è stata colpita da schegge di rimbalzo, il razzo è esploso sette gradini sotto il posto in cui siedeva. Era venuta allo stadio per la prima volta assieme a un figlio e alla sua fidanzata, era in curva doriana perché un suo secondo figlio, che ieri non c’era, è tifoso della Sampdoria.
In un attimo il finimondo. L’arbitro Saccani aveva appena fischiato la fine della gara dopo cinque minuti di recupero, alcuni giocatori si trovavano già sugli scalini del tunnel che porta agli spogliatoi, ma la scia è stata vista da tutto lo stadio: «Mio Dio - dice Comotto -, l’ho visto partire e ho sperato fino alla fine che finisse oltre le mura».
Nel settore Samp gente che urla, Flachi va sotto la curva, alcuni giocatori ritornano sul campo, dall’altra parte alcuni tifosi dell’Ascoli gridano e indicano, il questore Nicolò Angelo dice subito: «Sulla base delle immagini delle telecamere a circuito chiuso e della comparazione con i biglietti nominali assicureremo questo delinquente alla giustizia». E verso sera la missione si compie: il teppista è un ragazzo di 16 anni, iniziali E.M. che con i genitori e un avvocato si è recato spontaneamente in Questura e ha confessato di aver lanciato il razzo. Nei suoi confronti è stato adottato il provvedimento degli arresti domiciliari, con l’accusa di lesioni gravissime e porto abusivo di strumento lanciarazzi, con la possibilità che, in caso di aggravarsi delle condizioni, l’accusa diventi addirittura di tentato omicidio (ma fortunatamente la signora Piergiovanni si è ripresa). In carcere a Marina del Tronto anche un diciottenne che avrebbe aiutato E.M. a introdurre il razzo nello stadio. Diverso sarà poi per i due, data l’età, il percorso giudiziario.
Ci si chiede come sia possibile che sia potuta entrare un’arma di quella potenza, capace di far compiere un tragitto di oltre centocinquanta metri a un razzo sparato per colpire. Il questore parla di un tubo di plastica imbottito con polvere da sparo, un mortaio. È già stato requisito, ma non doveva entrare. È chiaro che qualcosa nei controlli ai varchi non ha funzionato, dice Novellino: «Siamo arrivati allo stadio e abbiamo dovuto mostrare più volte documenti e cartellini, filtri e controfiltri, poi succedono queste cose e ci si chiede perché le famiglie non vengono più allo stadio, i papà non portano i bambini e gli spettatori sono in calo».
Mezz’ora dopo lo scoppio del razzo la curva ascolana era ancora blindata nel suo settore, la maggioranza dei tifosi si è subito dissociata e ha immediatamente collaborato con le forze dell’ordine. In tanti hanno visto e non hanno esitato a indicare chi ha sparato (bersagliato anche dal coretto «Scemo, scemo»), ma nessuno ha più voglia di sentirsi dire che è stato un gesto isolato, che si tratta di un delinquente che ha agito da solo, la curva non può improvvisamente diventare un singolo quando invece è stranoto che si muove sempre in branco.
L’ad doriano Giuseppe Marotta spiega che la sua società non sporgerà reclamo, non è nel suo stile. Tutti noi ci auguriamo che qualcuno non lo condivida questo stile e vada giù pesante. Di fairplay e frasi di circostanza ci siamo riempiti le orecchie, non c’è un linguaggio comune, non ci può essere con chi continua a pensare allo stadio come a una enclave dove tutte le regole si ribaltano, gente ordinatamente in fila che attende pazientemente il momento per fare il suo ingresso e altri che nel frattempo si armano. Questa è una differenza abissale.