Tutta l’arte è contemporanea, anche Tiziano

Che cos’è l’arte contemporanea? È la prima domanda cui deve rispondere il curatore chiamato al Padiglione Italia nella Biennale di Venezia del 2011. Per l’Italia una Biennale speciale giacché corrisponde all’anno delle celebrazioni per il 150° dell’Unità. L’occasione impone di provvedere alla ricognizione ampia e generosa della creatività dell’ultimo decennio, che è anche il primo del secondo millennio. Siamo entrati in un’epoca nuova, e l’arte non può non averne dato segnali, che dobbiamo, con precisa coscienza, tentare di documentare. E mai, prima di oggi siamo stati in condizioni più favorevoli per farlo.
In verità è arrivato anche il momento di dimostrare, oltre le mode e le tendenze, che tutta l’arte è arte contemporanea. Non solo per i prodigiosi annunci, dagli idoli cicladici, alle Steli della Lunigiana, ma per la loro resistenza rispetto al tempo breve della nostra vita. Come non considerare contemporanea la Tempesta di Giorgione? Sull’argomento si è esercitata ora Elisabetta Rasy, in un bellissimo saggio su un’opera ricca di significati più che di misteri come La Vecchia dello stesso Giorgione. La Vecchia non è e non appare un’opera del ’500, ma una Vanitas, che indica la molteplicità del concetto di bellezza, che va oltre la bellezza fisica, legata alla giovinezza, e «col tempo» ne mostra non solo la caducità, ma la bellezza di ciò che non è più bello. La vecchiaia rende brutte le persone o, meglio, debilita e consuma la loro bellezza, ma non incide sulla bellezza dell’arte. Tanto che La Vecchia appare un indiscutibile capolavoro, ed è anche difficile pensare che sia un’opera così antica. Analoghe considerazioni possono essere fatte sul Cristo morto di Mantegna, la cui attualità è comprovata dall’accostamento alla fotografia del Che Guevara morto; ma anche su opere come l’Efebo di Mozia o i Bronzi di Riace che non sono soltanto contemporanei perché li abbiamo di fronte ed esistono nel nostro tempo, ma anche perché sono scoperte recenti. I Bronzi furono ritrovati nel 1972 e sono conosciuti solo dal 1980. Dunque hanno, esattamente come l’età fisica che dimostrano, 30 anni. C’è in loro qualcosa di «archeologico», ovvero di appartenente a un’altra epoca che ce li faccia sentire lontani? Mi sembra invece che essi parlino proprio perché ci sono, ora, hic et nunc. E allo stesso modo possiamo dire che Caravaggio, nella percezione che ne abbiamo oggi, non sia lo stesso degli inizi del secolo scorso, ma che ci sia stato consegnato, nella sua straordinaria «attualità», dagli studi di Roberto Longhi e, in via definitiva, dalla mostra di Palazzo Reale a Milano del 1951. Caravaggio ha dunque meno di sessant’anni.
Così il mio Padiglione Italia nella Biennale di Venezia inseguirà questi accostamenti, cercando nessi tra condizioni spirituali apparentemente lontane, stabilendo corrispondenze impreviste. Negli spazi nuovi dell’Accademia di Venezia troveranno ospitalità i volti indagati nei ritratti di Lorenzo Lotto, pittore che sembra applicare ai suoi soggetti il metodo della psicoanalisi; e tanto più sarà evidente al confronto con i ritratti di Tiziano, Tintoretto, Veronese, Cariani e gli altri pittori del suo tempo. Ma, una volta misurata la distanza, sarà utile metterli in relazione con due artisti del ’900 come Lucian Freud e Fausto Pirandello. Chi di loro più contemporaneo, e in che modo misurarlo? Il rispecchiamento tra passato e presente nelle Gallerie dell’Accademia potrà continuare con le esercitazioni di David Hockney sul disegno e la pittura italiana nel Rinascimento; e anche con le agnizioni miracolose di Denis Mahon nella scoperta di capolavori dimenticati del ’600 italiano. Riabilitazioni o rianimazioni? La forte presenza di opere storiche, in occasione della Biennale di Venezia, consentirà di ripetere l’impresa di Giulio Cantalamessa, che volle riaprire le Gallerie dell’Accademia in coincidenza con la prima Biennale Internazionale d’Arte del 1895. Di qui, di palazzo in palazzo, la Biennale arriverà fino al Padiglione Italia nell’Arsenale, dove tenterò il risarcimento del rapporto fra letteratura, pensiero, intelligenza del mondo e arte, chiedendo, non a critici d’arte, neppure a me stesso, quali siano gli artisti di maggiore interesse tra il 2001 e il 2011, ma a scrittori e pensatori, il cui credito è riconosciuto per qualunque riflessione essi facciano sul nostro tempo. Gli scrittori si leggono per ciò che ci dicono della storia, dell’economia, del costume, della letteratura, del cinema. Perché non, o non più (come Pasolini, Sciascia, Moravia) dell’arte, della pittura, della fotografia? Uno dei saggi più belli sulla fotografia è stato scritto da Susan Sontag. Interventi memorabili furono quelli di Roland Barthes. Oggi non più? Dobbiamo affidarci ai «curatori indipendenti», perché ci indichino i loro protetti, ci portino nella loro infermeria dove «curano» i loro pazienti?
L’arte è diventata come un ospedale, al quale hanno accesso solo i medici e i parenti dei malati. Un grande «sanatorio», separato dal mondo, non frequentato se non accidentalmente dalle persone sane. E intanto la bellezza del mondo sta fuori di quelle mura ed è sotto gli occhi di tutti, senza che nessuno la indichi. Dunque ho chiesto a persone che ammiro, che sono diversamente ammirate, di indicarmi l’artista, il pittore, il fotografo, il ceramista, il designer, il video artista, il grafico che egli ritenga più interessante in questa apertura del nuovo millennio. Saranno 150 i «segnalatori», i testimoni di una realtà che non può essere esiliata in un ghetto. Fra questi Bernardo Bertolucci, Alberto Arbasino, Oliviero Toscani, Guido Ceronetti, Giovanni Reale, Roberto Calasso, Luca Canali, Gianni Vattimo; Robert Hughes, Vargas Llosa, Giorgio Pressburger, Salvatore Settis, Mina Gregori, Elisabetta Rasy, Aldo Busi, Giorgio Agamben, Pietro Citati, Salvatore Veca, Francesco Merlo, Pietrangelo Buttafuoco, Gianluca Nicoletti, Roberto Peregalli, Manlio Cancogni, Edoardo Nesi, Paolo Mieli, Geminello Alvi, Giovanni Sartori, Furio Colombo, e anche alcuni «italianizzanti» come Tahar Ben Jelloun, Dominique Fernandez, Erica Jong, Ferzan Ozpetek, Michael Cunningham. Insomma, 150 punti di vista, per una rappresentazione caleidoscopica e libera dal pregiudizio di un critico che abbia la sua squadra, le sue predilezioni, i suoi protetti. Non mancheranno presenze inevitabili, ma per grandi allestimenti, come il Museo della Follia e il Museo della Mafia di Cesare Inzerillo, un grande ambiente di Luigi Serafini, la proiezione di tutti i Blob di Enrico Ghezzi, il Polittico degli Immortali di Filippo Martinez; e una serie di grandi disegni inediti di Enzo Cucchi. Onore sarà reso a uno dei più grandi ceramisti italiani, fino a oggi dimenticato: Federico Bonaldi; e, tra i designer, a Luigi Caccia Dominioni. Nel Padiglione Italia vi sarà poi la presenza dei più significativi artisti italiani operosi all’estero, attraverso un collegamento in tempo reale con tutti gli Istituti di Cultura (89), che potranno segnalare uno o più artisti. Cento televisori saranno un occhio aperto sul mondo entro il Padiglione Italia. Simmetricamente in un palazzo veneziano, che potrebbe essere Ca’ Pesaro, andranno documentati gli artisti stranieri che lavorano in Italia (da Cy Townley, a Ivan Theimer, a Hermann Albert, a Klaus Mehrkens, Dieter Kopp, a Jannis Kounellis, a Jenny Saville). In altre sedi di Venezia, come a Palazzo Grimani, dove avrà sede il «Cantiere Biennale-Padiglione Italia», potranno essere accolti artisti contemporanei o collezioni, come quella di Francesca Thyssen. Nella Scuola di San Rocco immagino un confronto fra Tintoretto e Pollock.
Ma il Padiglione Italia vero e proprio sarà altrove, sarà in tutta Italia, tentando una rappresentazione variegata e credibile della creatività italiana indagata regione per regione. Nei capoluoghi si tenterà l’inventario di pittori, scultori, fotografi, ceramisti, designer, video artisti, grafici, che saranno esposti nelle sedi più rappresentative, dai formidabili magazzini del Porto Vecchio di Trieste alla Palazzina di Stupinigi a Torino, alla Mole Vanvitelliana di Ancona, all’Albergo delle Povere a Palermo, al Museo Madre di Napoli, alla Villa Genoese Zerbi di Reggio Calabria. In alcune regioni, per evidenti ragioni, le sedi saranno sdoppiate: non potranno mancare, infatti, Mantova, Verona, Parma, Urbino, Matera, Lecce, Noto. Ogni sede sarà Padiglione Italia, consentendo l’esposizione di circa mille artisti in corrispondenza con l’epopea dei Mille nel 150° dell’Unità d'Italia. Ancora nel sito più straordinario di Venezia, che doppia i Giardini, l’area di Forte Marghera, troverà spazio la titanica impresa di Oliviero Toscani con Salvatore Settis che documenta la devastazione del paesaggio italiano, attraverso le fotografie e le segnalazioni, anche con le riprese dei telefonini, di quanti abbiano visto, e con ciò denunciato, gli innumerevoli scempi degli ultimi cinquant’anni nell’edilizia, negli arredi urbani, con gli impianti eolici, i campi occupati dai pannelli fotovoltaici e altri orrori. L’indagine non sarà completa senza una rappresentanza delle venti Accademie di Belle Arti d’Italia, i cui direttori sono stati chiamati a proporre una scelta delle opere dei loro allievi. A quel punto, anche ciò che non sarà esposto, potrà meritare d’essere, registrato in un catalogo neutrale degli «esistenti» sul modello del Catalogo dei viventi curato da Giorgio Dell’Arti
Essere dichiarati «esistenti» significherà uscire dall’anonimato e dalla dimensione amatoriale per ottenere un riconoscimento che è il punto d'arrivo di questa titanica impresa, il cui titolo potrà essere Babele o - nella varietà delle esperienze, oltre l’«aut aut» cui i critici-curatori-infermieri ci hanno obbligati - et et.