Tutta la nostra vita alla gogna sui Social Solo fantascienza?

La serie «Black Mirror» incarna gli incubi digitali. Dalle trappole in Rete ai videogiochi

Uno sguardo su noi stessi attraverso lo specchio della tecnologia. Uno sguardo su noi stessi attraverso uno specchio oscuro. È questa la caratteristica principale di Black Mirror, la serie televisiva prodotta da Endemol che, nella sua terza stagione, arriverà in Italia su Netflix (tutti gli episodi visibili in streaming dal 21 ottobre). All'apparenza la serie ideata da Charlie Brooker ricalca il modello di un grande classico come Ai confini della realtà. La confezione antologica basata su una serie di storie sempre diverse e sempre risolte in una puntata è la stessa. Anche l'ambientazione quasi sempre fantascientifica è tangente a quella del «modello». Però Brooker ha virato il tutto ad un tono realistico che negli anni '50-'60 era impensabile e ha fatto del rapporto con la tecnologia pervasiva il vero cuore della serie. Continua a essere così anche nei sei episodi della stagione in arrivo. Anzi, il passaggio su Netflix ha probabilmente aumentato gli spazi creativi a disposizione di Brooker. Così le puntate si snodano una dopo l'altra come farebbero le canzoni in un concept album. E il concept in questo caso è la responsabilità. La tecnologia dilata la nostra possibilità di azione e quindi ogni gesto deve essere pensato, se no genera mostri.

Il primo episodio della serie, La picchiata (Nosedive nell'originale inglese), in questo senso è emblematico. Al centro della narrazione c'è la nostra ansia social, la voglia di like. Che si sposa con un conformismo sociale di molta più lunga data. Il risultato è l'infernale piccolo mondo in cui si vede precipitata l'impiegata Lacie (Bryce Dallas Howard). In un futuro in cui tutto è regolato dal successo che si ottiene sui social, la sua smania di emergere la catapulterà in una situazione infernale dove il consenso degli altri diviene un'ambizione divorante a cui sacrificare i rapporti umani, la relazione con il compagno. Sino all'inevitabile disastro.

Il tutto raccontato con inquadrature molto selfie e con delle tinte pastello che rendono l'atmosfera ancora più inquietante e surreale. Surreale ma non poi così lontana dalla nostra realtà di tutti i giorni perché più di una persona ha visto distruggere la sua «reputazione digitale», anche con conseguenze gravi. Senza dire che gli hater, gli insultatori da tastiera, su facebook o twitter son già una questione seria.

Nel secondo episodio, invece, a farla da padrone sono i videogiochi. E in questo caso Brooker gioca in casa, è stato anche un giornalista del settore. Al centro della vicenda c'è un giramondo che se l'è filata da casa e si ritrova senza soldi in Inghilterra. Decide di lavorare come «cavia» per un'azienda che produce videogame immersi nella cosiddetta realtà aumentata (dalla tecnologia digitale). Le cose smetteranno presto di essere divertenti. Cooper, il protagonista, si vede proiettato in un incubo, scaricato direttamente nella sua mente. Il rimando agli effetti di videogame come Pokemon Go sono più che evidenti. Ma è la punta dell'iceberg The Playtest, questo è il titolo della puntata, ragiona su quanto la tecnologia sia ormai vicina a creare una connessione diretta tra la macchina e la mente. E quali possano essere gli esiti di un percorso simile...

Nella serie poi circolano anche altri temi, dalle operazioni militari ad alta tecnologia al rischio dei crimini in Rete fino alla vulnerabilità di ognuno di noi rispetto ad un mondo virtuale pieno di trappole. Il tutto è raccontato dosando con sapienza presente e futuribile. L'effetto straniante, comune a tutti gli episodi, è dato proprio dal fatto che la narrazione parte sempre da una normalità quasi ostentata. Persino la fotografia punta al realismo, con colori a lá Derrick (tranne nella prima puntata, a tinte pastello). La trama accompagna lo spettatore verso il lato oscuro della tecnica. Si può allora dire che Black Mirror è una serie luddista?

Un certo pessimismo e un certo cinismo, nocciolo dello show sin dalle origini, restano imperanti ma in questa stagione sono stemperati rispetto a quelle precedenti. E non sono poche, comunque, le «previsioni» delle stagioni precedenti che hanno finito per avverarsi. Basti dire che uno degli episodi della seconda stagione (2013), Vota Waldo!, raccontava di un comico fallito che sfondava in politica insultando gli avversari e sfruttando un pupazzo a forma di orsetto (Waldo appunto). In Italia abbiamo visto avere successo percorsi non così dissimili. Anche l'episodio Ricordi pericolosi (prima stagione, 2011) in cui la tecnologia consente a tutti di proiettare su uno schermo i propri ricordi, anche i più intimi, ha più di un'assonanza con i filmati, hackerati o meno, che buttati in rete rischiano di rovinare la vita a persone note e meno note. E ancora, è di questi giorni la notizia di una ragazza bielorussa che ha realizzato un software per «ricreare» in Rete un suo amico morto. Si tratta di un bot che risponde ai messaggi imitando la personalità del morto, basandosi su migliaia di messaggi conservati sui social. Esattamente quello che capitava nella puntata Torna da me (seconda stagione). Lo specchio oscuro ci darà pure un riflesso distorto, del resto lo scopo di una serie è prima di tutto divertire e affascinare, ma ci fa vedere anche cose che rischiano di piombarci addosso. E prima di quanto si creda.