Tutta una vita per improvvisare

Non è un momento facile per i giovani musicisti di jazz nel nostro Paese. Le stagioni musicali e i festival sono imperniati sempre sugli stessi nomi, per cui ci rimettono gli emergenti e i meno noti. Si può pensare, addirittura, che i jazzofili finiscano per stancarsi dei soliti Stefano Bollani, Paolo Fresu, Enrico Rava (e forse sarà un bene). C'è l'aggravante della mancanza di un'educazione musicale di base per cui la musica non si insegna nelle scuole, le istituzioni mostrano poco interesse e nella crisi economica la prima a soffrire è la cultura. Ci sono guai anche nel settore discografico. Oggi per un giovane non è difficile realizzare un cd, ma proprio ora che l'industria specifica langue, sopravanzata da nuove tecniche di riproduzione, inflaziona il mercato al punto che chi deve distinguere, fra centinaia di dischi, il pezzo buono, sovente non riesce a individuarlo. In fondo c'erano meno problemi nel passato, quando i jazzisti imparavano a suonare uno strumento per conto proprio - erano quindi autodidatti - e si perfezionavano ascoltando i dischi dei maestri americani e i colleghi più anziani ed esperti. Ma ora quel tempo è finito ed è giusto che sia così. Ai musicisti che si affacciano sul mondo del jazz si richiedono studi severi e specifici, durante o dopo il cursus honorum del conservatorio. Non è un caso che gli autodidatti superstiti più illustri, i pianisti Martial Solal e Renato Sellani, siano ottantenni. E che il precursore italiano della nuova situazione sia un altro pianista, Enrico Pieranunzi, 59 anni, che ha scelto il jazz dopo il diploma ed è insegnante di conservatorio. Ciò premesso, è possibile e utile segnalare alcuni jazzisti italiani assai giovani, appena affermati o sulla via di esserlo, e conoscere l'itinerario che hanno compiuto fin qui e le loro prospettive.